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Antonio Prete - Trenta gradi all’ombra

Nottetempo 2004

mercoledì 2 marzo 2005, di Marco Federici Solari Chianese, Sara Tagliacozzo

Trenta gradi all’ombra, trenta prose brevi (più un epilogo) intorno all’ombra e alla luce; trenta esercizi di equilibrio sul filo di una scrittura in prosa che guarda alla poesia. Una scrittura che prende corpo nella lingua pulita di un istante-ricordo - «C’è, nel ricordo, la grigia scogliera carsica sotto il sole del mattino» -, nella lingua di un vecchio filosofo - «l’ombra misura del mondo» -, di un frammento d’autore - «L’ombra delle betulle sulla neve, e, in alto, le creste delle montagne» -, o di un’illusione cercata - «già vedevo disegnarsi sul pavimento l’ombra di un ulivo. Sotto velature rosse tremavano piccole scaglie di luce...».
Una scrittura che è «prosa mossa sì e un poco visionaria ma pur sempre prosa». Una scrittura di «presenza che, nel combattimento della luce e dell’ombra, si affaccia sul desiderio».
La consistenza leggera della raccolta non dovrà ingannare il lettore: il petit livre di Antonio Prete non deve essere letto tutto d’un fiato, al

Foto di copertina di Franco Fontana, Parigi 1979

contrario richiede raccoglimento e sospensione della lettura, dilatazione in un tempo del desiderio; è di quei libri da gustare a piccoli sorsi quotidiani, con la pacata ritualità del bicchiere di vino prima di cena.
Prete fa una letteratura che rivendica quietamente, con la sola forza dell’esempio, il proprio essere soprattutto pagina, frase, voce che si posa e si leva dalle cose nel tentativo di «corrispondere al movimento del giorno», ricercando quella nota in cui mondo e interiorità individuale vibrano, come per un fragile miracolo, all’unisono. Un’«interrogazione di sé [...] mai disgiunta da una sorta di esercizio dello sguardo, assiduo e ostinato», come afferma nel libro un critico immaginario di un altrettanto immaginario scrittore, una delle tante figure appena schizzate nell’opera, veri e propri corpi, timbri vocali prestati alla riflessione, come per renderla sensibile, viva in lineamenti e gesti. Nella fusione non programmatica, ma semplicemente data di questi due livelli (osservazione e teatro dell’interiorità) vivono alcuni dei migliori brano del libro.
Filtri sovrapposti di questo sguardo sono la melanconia e la visionarietà, «che della melanconia è un po’ la lingua». Una melanconia saggia, mai disperata, che placa i fenomeni, come spesso nel libro l’imbrunire acquieta il paesaggio, e lascia spazio a ricordi e rêveries che alimentano un continuo slancio verso il fantastico. Questa sempre controllata tensione onirica, che solo ne La vela si apre all’incubo, è un gioco di lievi distorsioni, di insospettabili incrinature che lascia riemergere il mondo impossibile e dilatato dell’infanzia; una visionarietà modulata in un ampio spettro di temi e timbri che vanno dalla fantascientifica relazione di un alieno alla riscrittura di una fiaba di Andersen, dalla ritmica ipnotica a perdifiato di Euridice blues alla misura fin de siècle de La sospensione.
Attraverso la coppia luce-ombra, mai ridotta a semplice opposizione, l’autore porta avanti un’interrogazione per figure e apologhi della genesi e del senso delle arti. La linea del disegno, la costruzione dei colori e dei toni in pittura, l’inseguirsi delle immagini sullo schermo cinematografico trovano la loro radice comune nell’interdipendenza, nella complicità naturale di ombra e luce, apparendo quasi come una natura che ha imparato il ricordo, che cerca l’irripetibilità. Sia che racconti il mito della nascita della pittura o gli esercizi di un fantastico teatro cinese delle ombre, l’attenzione di Prete è sempre intenta a scandagliare fin dove l’uomo possa penetrare la natura, quanto ne faccia parte, come possa lasciarvi tracce, testimonianze di sé, senza distruggerla o negarla. La soluzione trovata è spesso quella del ricorso al mito: storia, racconto divenuto appunto natura. Euridice, Amore e Psiche, Narciso e altri sono evocati e interpretati, anche in senso musicale, come figure

Se nella favola Psiche non avesse preso la lanterna... p.80

di conoscenza, scenari instabili del cortocircuito tra verità e bellezza. In quest’ottica appare anche la scienza, riportata alla dimensione del narrare, dell’avventura immaginativa umana, dei suoi slanci e delle sue impasse: presente è soprattutto la scienza antica, dottrina anche morale e politica, sophia del vivere quotidiano e cosmico. Sorprendente nel libro è proprio il rapporto intimo con la tradizione, soprattutto con il mondo greco e latino, il suo pensiero e i suoi classici, che emergono come interlocutori vivi e insostituibili, sempre capaci di stupirci e cambiarci.
Interrogando la sfuggente e impossibile presenza del passato, di cui l’ombra è il simbolo visibile, l’autore ricompone anche i frammenti di un’educazione sentimentale, di un’autobiografia intellettuale, sottolineando sempre la precarietà del nostro esserci, la nostra preziosa «finitudine», la cara imperfezione che permette e rende necessaria la parola.
Pagina dopo pagina, la prosa di Prete così trattenuta e al tempo stesso così attenta alla pienezza dell’istante che aspira a fissare, parla al lettore del compito che l’autore si è dato: «sapersene stare silenziosamente di lato, al margine, nei confini»; ma non vi è alcuna dimissione o rassegnazione in questo programma, quanto piuttosto una lucida dichiarazione di poetica della presenza, una presenza che si dispiega in ritmo di «apparizione-sparizione», e che impone la consapevolezza «che solo quel che non appare è profondo, e solo nel nascondimento è possibile attingere se non la verità almeno le sue metafore, appunto le sue ombre». La figura dell’ombra-luce, nella sua essenza di movimento continuo, mostra allora una valenza ermeneutica, e si fa principio di conoscenza: la verità non è mai abbagliante e totalitaria - «non c’è ermeneutica senza l’atto dell’adombrare», scrive l’autore nel brano numero quindici, a metà della raccolta, dal titolo programmatico di Adombrare - ; al contrario, la verità si rivela piuttosto opaca, impastata com’è di corpo, di materia, oltre che di spirito - «neppure il mare può riflettere il volto del ragazzo che a notte alta, costretto a gettarsi fuori dal cargo arrugginito, in prossimità dell’approdo, tenta bracciate disperate».
La verità di cui scrive Prete è dunque corporea e spirituale, proprio come l’ombra di cui scriveva Leonardo nel suo Trattato della pittura e che l’autore cita in esergo al libro e nell’ultima prosa, non a caso intitolata Sulla soglia. Ecco allora che le diverse occasioni di scrittura che sono alla base di Trenta gradi all’ombra - ricordi di infanzia, cartoline da un luminoso Meridione e da un Settentrione di polvere e nebbia, frammenti di filologia fantastica, meditazioni e dialoghi di personaggi di pensiero - hanno tutte al cuore questa lezione assolutamente attuale, per non dire vitale: «In un paese di luce è dall’ombra che si scorge il mondo».


Pubblicato su Immagine, luglio agosto 2004.
Qui il sito e la presentazione delle Edizioni Nottetempo.

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