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03 - Traduzioni. Letterature

Edmond Jabès - Canzoni per il pasto dell’orco

Quaderni del gallo silvestre, Manni, Lecce 2004

mercoledì 16 febbraio 2005, di Antonio Prete

Quattro poesie e due brevi prose di Edmond Jab?®s nella traduzione di Antonio Prete, dal volume Canzone per il pasto dell’orco (qui l’introduzione dello stesso Jab?®s, una breve presentazione e la sua bibliografia).

Canzone dei due elefanti del Paradiso

C’era una volta, un tempo andato ormai
due elefanti che non dormivan mai.

Sempre accesi i grandi occhioni,
spaventavano il mondo e le stagioni.

Si decise così d’incarcerarli,
ma nessuno riusciva più a trascinarli.

C’erano una volta, nei tempi andati,
due elefanti sulle zampe inchiodati.

Sempre un punto fissavano ma invano
che ogni volta appariva più lontano.

Non li smuoveva nessuna frustata
né soffrivano per la pelle piagata.

C’era una volta, un tempo andato ormai,
due elefanti che non morivan mai.

Non c’era chi non gli tirasse addosso
ma sempre si proteggevano il dorso.

Nottetempo levarono un falò,
ma al contatto il fuoco si dileguò.

Decisero poi di farli annegare,
dinanzi a loro si piegava il mare.

C’erano due elefanti e non si sa come
nessuno mai ne pronunciava il nome.

Mille segrete vite nello sguardo,
non le raggelava neppure un dardo.

Con la proboscide sempre abbassata,
la terra nei pensieri era aspirata.

C’era una volta, così il mondo andava,
due elefanti ma nessuno li amava.


Canzone per il ritorno delle rondini

Se prendessi le tue braccia
e le tagliassi in quattro
tu avresti tante braccia
come se fossi quattro.

Imperatori
e quattro imperatrici
quattro malori
e quattro ore felici.

Se prendessi la tua bocca
e la tagliassi in quattro
tu avresti quattro bocche
come se fossi quattro.

Laghi
e quattro
lune
quattro maghi
e quattro dune.

Se prendessi il tuo cuore
e lo tagliassi in quattro
tu avresti tanti cuori
come rompessi il quattro.

Alveari
e quattro
fondi
quattro altari
e quattro
mondi.


Canzone per le tue palpebre chiuse

Quando l’orco ha appetito, attorno fa il vuoto ed il pulito. Nella notte compie il suo rito. E il mondo rosicchiato non ha più forma. Fai presto, chiudi gli occhi. L’orco non mangia uno che dorma.


Canzone delle tre vecchiette in cerchio

Tre vecchiette
vegliano in cerchio
in uno stanzone.
Han freddo dentro l’anima,
qualche volta una lagrima
ma solo per un momento
brucia le guance e il mento.
Hanno amato un tempo
un Re
che non seppe tra loro tre
chi prendere per sé.
Disse il Re alla prima:
“Sarai del mio regno Regina”
Per la seconda giuramento bandì:
l’avrebbe amata per la vita notte e dì.
Alla terza alla fine promise
di morire e per lei e s’uccise.

Le tre vecchiette
hanno i loro ricordi
che le aiutano a portare la croce.
Si fissano in volto e sorridono a volte
felici d’essere insieme raccolte.
Senza mai finire
parlano d’avvenire,
tutte e tre assise
nel tempo, come il Re
le mise.


Canzone della porta stretta

Siamo entrati per sbaglio.
Abbiamo bussato alla porta di servizio.
Era estate. I grandi vascelli delle strade fumavano le loro stelle.

Tutto era sudicio.
Le donne insanguinate:
era il loro vestito.
Gli uomini nudi:
era la loro divisa,
alla rinfusa, per terra, magri come corde.
Avevamo freddo
e le città bruciavano
e gli alberi
attizzavano il fuoco del mondo.
Avevamo fame
e il pane correva a perdifiato,
il pane fuggiva non si sa dove.
Avevamo sete
e l’acqua era di marmo.
Ci siamo svegliati insieme
un mattino,
anonimi e laidi
come i versi.


Canzone per tre note di cenere

Dicevano che il mio petto era una tromba, così m’hanno soffiato dentro la bocca.
Dicevano che il mio petto era un tamburo, così m’hanno battuto fino allo spasimo.
Non ero più un tamburo. Non ero neppure una tromba.
M’hanno detto ch’ero la canzone che fa girare la terra, così al vento essi m’hanno venduto.

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