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Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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05 - Scritture

Olimpica

Il respiro dell’eternit?†. Ciclo di Olimpia

sabato 12 febbraio 2005, di Fabrizio Corselli

Pi?? inattuale di Leon Battista Alberti o Annibal Caro, pi?? avventuroso del barbaro Carducci o del Chiabrera, Fabrizio Corselli (che gi?† avevamo presentato qui) ci presenta il suo inedito ciclo olimpico corredandolo con commenti che sono concentrati di appassionata dottrina. Scrutando la classicit?†, il suo visore si sofferma sullo stadio per indagare e celebrare l’istante agonistico; un istante che riassume ed esemplifica quell’etica altra che si vorrebbe impenetrabile o perduta ?† jamais. La tenuta formale non d?† segni di stanchezza, e anche in questo c’?® una forma insolita di coraggio, il coraggio dell’esitazione, della riscrittura, del risparmio di s?©. ?à cos?¨ che il ritmo di questo ciclo olimpico si fa moto ondoso, ma capace di frustate improvvise, di scarti tonali che quel moto interrompono sottolineando un senso nuovo, etico e avventuroso.
Leggere Corselli ?® anche un esercizio di mobilit?† dello sguardo, un modo di erodere dall’interno la membrana che ci separa dalla lingua dei classici usando il grimaldello di una terminologia straniante eppure sempre controllata, precisa nell’indicare il suo oggetto. Quando mi ?® capitato di dover presentare la Nevicata carducciana a studenti del tutto digiuni di poesia greca o latina, la barriera di assoluto disinteresse che si era prontamente eretta ha cominciato a dare segni di cedimento nel momento in cui si sono prese in mano le traduzioni di Quasimodo dei lirici greci. ?à finita che ci si chiedeva l’ora in distici elegiaci, ci si apostrofava su ritmi anapestici, ci si salutava in esametri. O quasi. Insomma, pi?? o meno. La musica di Corselli ?® penetrante a pari grado, colonna sonora di un viaggio olimpico. (lf)

OLIMPICA

IL RESPIRO DELL’ETERNITÀ

Il ciclo di Olimpia


Note di introduzione alla poesia celebrativa

Simonide, autore professionista di epinici, instaura con la sua opera un rapporto razionale e laico considerandosene autore; il primo discorso sulla specificità della parola poetica è il suo carme a Skopas, spesso interpretato in chiave morale come polemica antiaristocratica assai inverosimile vista l’identità del committente. Per la prima volta l’espressione aner agathos (uomo esemplare) è accompagnata dall’avverbio aletheos che anacronisticamente viene interpretato con il senso di veramente, mentre nel momento della stesura del carme il termine aletheia conservava ancora il suo carattere etimologico di non-oblio e così lo usa anche Pindaro: l’atleta vincitore può mostrarsi degno di lode, ma egli dipende dalla parola del poeta che ne commemora la vittoria.
Pindaro esprime spesso questa concezione a causa della dimensione professionale della sua attività poetica: la funzione commemorativa della poesia è qui fondamentale, la poesia è l’arte del non-oblio.
I poeti corali esaltano la loro indispensabilità: senza di loro non sarebbe possibile divenire un uomo esemplare in quanto essi sono arbitri del non-oblio: con la parola del poeta l’uomo esemplare diventa tale. Il poeta in realtà vuole che la "previdenza" spinga il committente a una maggiore generosità. Senza l’arte del non-oblio infatti l’uomo esemplare non può essere riconosciuto come tale dal momento che rischia sempre di subire dei rovesci di fortuna che cancellano le sue imprese se non adeguatamente commemorate.


Poesie Olimpiche

Celebrazione poetica

A PINDARO

(Encomio)

Dai dodici cerchi d’indomito schianto,
difforme la meta, dell’auriga l’ardore infiamma.

Sin dalla settima soglia di pietra lapìta,
pindarica l’ode, tra le membra s’insinua
dei cavalli sicani, poiché adesso Chirone
che del re degli dei la nascita adorna
in duplice fasce, il vanto ai carri aggioga.

Così discende i grani sabbiosi
di Narciso il figlio eletto, dalle gote istoriate
per aver dell’istmico trionfo saggiato le tinte celesti.

Allora in un kantaros, la sua fama non si depositi
tra i vermigli flutti e i sedimenti scogliosi,
come anche una sola goccia arenata e dispersa
tra i bordi altresì i manici di due ampi crateri
che la gloria appanna con facile ebbrezza;

Così nell’antico ed eloquente gioco del kottabos
solo i residui del vino sono lontanamente aspersi
come strali d’olimpica rabbia sulla posta distanza,

mentre del proprio agone glorioso, il poeta corale,
saetta di antichi miti e rovine, i vetusti resti,
appartenenti ad un atleta dal serto congiunto.


INVOCAZIONE OLIMPICA

Brevi Note

Olimpico Fuoco introduce attraverso serrati riferimenti mitologici l’ardore e lo spirito delle manifestazioni panelleniche, procedendo con progressioni sistematiche quasi di ellittica natura referenziale. Ciò deriva da una prima sezione strofica che si apre con il mito di Prometeo, sintetizzato in soli tre versi, in cui tale "ardore" si attenua nella seconda strofa semplicemente con l’enunciazione dei termini "cenere" e "polvere"; termini attestatori della conclusione di un incendio, di un fuoco divampato con tanta furia e vivacità. Il tutto reso eterno e continuativo dalla determinazione temporale di "ancora". In seconda istanza, il fuoco si trasforma in luce, chiamando in causa il parallelismo con Eos, la Vergine dell’Alba, la cui luminosità si sovrappone e coincide con la gloria luminosa della vittoria olimpica.

OLIMPICO FUOCO

Di un bianco oleastro, armonioso il gambo
dei cavalli spartani il nitrito infiamma
al pari di Prometeo dall’adusta fiaccola
quando il ratto fu carpito per virtù olimpia
tra catene e livori di una tortura indigesta.

Cenere e ancora polvere lente si spargono
lungo i sentieri di un dorico ippodròmo
altresì nel raggiungere di caotiche mete
i mirabili e sempiterni confini,

poiché in tali distanze, colui che da lontano
scaglia frecce d’argento ed aurei canti,
di ogni atleta annida il viso tra i duri laterizi
d’indomita e friabile roccia sabbiosa.

Da quell’orizzonte che la disfatta separa
dalla gloria e che l’oblio sottrae alla veglia,
sua sorella Eos, incantevole tal si desta,
spargendo del proprio periplo vermiglio
il sonno e la fatica in un auriga valente.

Così, arde e si consuma l’animo olimpio
all’approssimarsi dell’alba, la cui luce
gloriosa, dalle rosee dita e dal manto solare
s’innalza sul podio e trainata sul cocchio
dai nitrìdi Lampo altresì Fetonte mordace,

poiché,

in Emera ed Espera ella non si trasforma
quando il mattino risveglia in codesti atleti
l’ardore e la febbre di un’adorna vittoria.


POESIA OLIMPICA

Brevi Note

In Olimpico Serto, l’euritmia testuale e la sua dimensione eulogica si dipanano e si sviluppano al pari della corona d’ulivo che apre la prima strofa, avvinta poi, in un secondo tempo, alla celebrazione del poeta corale (...poiché in trecce e grovigli sciolte cadendo,/ più non avvinca la mia quiete alla lira/ di natur tetracorde, altresì di solinga speme). La tessitura al pari della trama di Penelope che rievoca la vicenda di Troia, viene prolungata dal giudice per eccellenza della questione, nella figura di Paride; così s’infiamma e s’accende la cresta di fuoco nel parallelismo con il tedoforo, annunziando con largo anticipo tale pratica moderna secondo l’ottica profetica di una sorta di hysteron proteron retorico. La tempestività della vicenda troiana e del portatore della fiaccola olimpica viene concessa con serrata dilazione cronologica dal terno strofico che introduce velatamente il Ratto di Ganimede (Così come strale di olimpica vetta / s’innalza il calice intinto al proprio trionfo / di colui che il cuor fu ratto per virtù eterna...). Si chiude l’ode con un inno al trionfo della città di Olimpia, preservandola da ogni sorta di contaminazione e disfatta.

OLIMPICO SERTO

Aulica e ancor più ellenica una foglia
il proprio petalo, pasciuto e sazio,
alla sponda dirompe, il gambo armonioso,
fregiato e percosso con chiome di aurei crini,
poiché in trecce e grovigli sciolte cadendo,
più non avvinca la mia quiete alla lira
di natur tetracorde, altresì di solinga speme.

Così come strale di olimpica vetta
s’innalza il calice intinto al proprio trionfo
di colui che il cuor fu ratto per virtù eterna,
e giunge per man e oltre l’estremo
d’un canto e di un serto di complice lode,
una cresta di fuoco che al dimandar di una battaglia
il diverbio, algido, corrode d’un maestro e giudice eletto
dall’empia e divin natura di un superbo diniego.

Così di Olimpia la virtù mai conobbe
l’oblio e la disfatta, sì, gl’allori e non gl’affanni
tale da inchiodar di ogni umana creatura,
il giogo immortale.


POESIA OLIMPICA

Brevi Note

In Vittoria di un Cretese, l’apertura strofica enfatizza con ampio respiro il tema combinato della corona d’ulivo (simbolo per eccellenza della manifestazione olimpica) e del canto che poi ascende al pari del vento mistico di Eolo. Codesto “moto eolico” (riferito infine a canto) si stempera e si oscura nella complessa immagine evocata della terza strofa, ossia di questa ode che si diffonde tra le anse e le pieghe armoniose del tempio, tra l’architrave (febea ogiva) e tutti i suoi elementi architettonici, investendo anche diversi momenti della giornata (vermiglia cariatide, definisce la statua profusa del colore arancione dell’orizzonte che su di essa viene proiettata).
Subito dopo, il parallelismo che corre con il pentagramma (tra reti di atona gabbia) chiude l’organico strofico con il ritorno al tema dell’elemento fogliaceo. Ma in salto si passa con fugace richiamo alla connessione con il mito di Dioniso e dei Delfini, prospettando in verità al lettore la visione di una parete della città cretese, su cui sono raffigurate scene di nuoto di alcuni cetacei.
L’ode si chiude con un inno a Dioniso (qui, Erifo), sortendo un fitto incrocio concettuale con le proprietà del delfino e quelle dell’atleta olimpico (seppur il nuoto non viene contemplato come disciplina sportiva delle Olimpiadi greche).

L’ORGOGLIO DI OLIMPIA

VITTORIA DI UN CRETESE

Dai bianchi oleastri, semplice cinta
è la fronte e la corona di un olimpico atleta
al pari dell’eroico serto
che mai conobbe dimora per sorte avversa,

ma ancor più di apio e di mirto
tenue istoriato da un agone trionfo.

Così, come all’esordio altresì alla deriva,
disperso è l’eolico canto a vele spiegate
di sciolta e pari cadenza, tra reti di atona gabbia,
mentre s’appresta a spirar in perìptero moto
di una febea ogiva, il sensibile tratto.

S’innalza di Olimpia l’euforica fiamma
ad inondar con tristiche lingue di fuoco
l’architrave e la vermiglia cariatide,
di Delfi il tripode sacro, ed ancor più
della Pizia, dal vaticinio di dura pietra,
lo sguardo intinto alla sanguigna offerta.

Così, dalla gonfia prua di un intrepido squarcio
discioglie colui che si nutre d’erica
due sole note, a solcar dell’onda marmorea
il mutabile e fluido parto di sbalzo fogliaceo;

Un sol cetaceo dall’aureo vello e così perpetuo
adesso, infrange dell’olimpica barriera di robusta pietra
l’orfica spuma avvinta al mosaico
in duplice e stretto abbraccio.

Allorché Erifo, del tirso unico tiranno,
di un osservatore la pace ed il sonno concilia,
poiché del nuoto di un docile delfino,
s’insinui il ricordo lento e salace
tra le provate membra di un vittorioso atleta.


POESIA OLIMPICA

Brevi Note

Questa sezione come in Vittoria di un Cretese, elogia una disciplina sportiva che non rientra nel computo delle attività svolte nella Grecia antica, ed esattamente il tiro con l’arco. L’apertura strofica vede uno dei miti più delicati e allo stesso tempo drammatici della mitologia greca: protagonista è Callisto, abitante di Nonacride, catena montuosa dell’Arcadia, uccisa per mano di Zeus in relazione all’inganno ordito da Era, sua moglie. Tale sviluppo del paradigma mitico, come bianca propaggine di un chitone, si riverbera su codesto tessuto concettuale, incontrando l’enunciazione della disciplina sportiva del tiro con l’arco nell’intreccio con la difficoltà del tiro dalla lunga distanza, poiché qui maggiore è il rischio di errare. Un monito, alla fine, che tenga lontano l’atleta dall’imitazione della vicenda di Callisto, qui pari a quella di Icaro in rapporto alla celebre frase di Orazio ("nell’imitare Pindaro si vola e si cade come Icaro").

CALLISTO E IL TIRO CON L’ARCO

Si sparge nell’aria il profumo silvestre
di Callisto arciera, seconda ad Artemide
guerriera altresì di cervi casta protettrice;

così di nonacrina virgo il dardo alato trafigge
rovi, foglie, alberi e muschi di decorato vanto,
finché di un olimpio dal cronide ed impuro giro
incontri l’infausto e non concupito dono d’amore.

Ma colei che in Stinfalo ha sì propria dimora
e ancora della bellicosa Atena, le proprie armi
concede in un dì di festa ad onor del bello,
di contro al fato nulla per lei mantiene intatto.

Tale è l’olimpico decreto;

Che di un arciere l’attenta e gelida mano
non si perda tra le fitte trame di una ghirlanda
tessute e ordite con dovizia di Làchesi parca,

poiché temibile la mira dalla lunga distanza,
con inganno al pari di Chera amorosa e pronta
quand’ella disperde di una fiera le calme membra,

così nel proprio percorso le piume abbandona
nell’osservar di Icaro la funesta e inattesa caduta
di un volo al Sole disciolto con vile arroganza.


POESIA OLIMPICA

Brevi Note

L’inesauribile crogiolo mitico, si apre con il fiammeggiante tema della condanna d’Issione, relegato nei meandri più oscuri del Tartaro e legato ad una ruota per aver insidiato Era, presso un banchetto con gli Dei; o per meglio dire, per aver oltraggiato l’illusione della regina degli Dei, nella figura di Nefele. Ed è proprio per questa inafferrabilità illusoria che il tema si lega al senso della parallela inafferrabilità dell’arte, quale impercettibile percezione di poterla dominare, ma che rimane sottratta al passaggio delle Muse per volere del proprio patrono, ossia Apollo Musagete; la figura del dio del Sole, qui, simboleggiante la volontà ispirativa si contrappone quasi in un senso di complicità (poiché addirittura arresta l’impeto del Dio della guerra) all’istintualità artistica che si cela dietro le stesse Muse, sue ancelle. Lo scultore così come l’artista, è condannato a vivere in questo oblio, sì dolce come un dono degli Olimpi ma costretto a pagarne per l’eternità il pegno esistenziale.

ODE OLIMPICA [1]

Si desta dal sonno
colui che nel buio Tartaro,
sconta la dura pena,
per mani e piedi avvinto,
altresì legato ad una fiammeggiante ruota,
il cui eterno e ciclico ardore
si spegne in ceneri mortali.

D’Issione è la colpa d’alimentar
dei lunghi cicli di tormentate gioie,
le speranze di colei che al sole lo spirto sublima;

sua la colpa se dal Caos informe,
l’Erebo si desta ad incontrar della Notte,
il Giorno e l’Etere, onde ricacci
del più oscuro grembo del cosmo
le sanguinanti ferite che alla luce
partoriron le Furie, del Lapìta, vendicatrici.

Al suono della cetra delle Muse eliconie,
il divin Musagete
del fulmine il cammino arresta,
dipingendo con gioia alare
sulle labbra di una torbida battaglia,
il sorriso e l’incanto,

e così fatto,
come il dio della guerra,
a Zeus perfino odioso,
che in fraterna essenza
a sé lega la Pallade Atena,
di un giovane atleta
il vigore ai cavalli aggioga,
mentre l’egìoco fato, in suo onor,
brandì l’asta e lo scudo scosse.

Infrange delle olimpiche mura ogni singola pietra
il Discobolo trionfante, di laudi obliato,
cosicché nel voltar del disco le molteplici facce
rifletta quell’ardor d’Issione che di Néfele volse
l’umido spirito all’astro nascente.


POESIA OLIMPICA

Brevi Note

In questa sezione, si profila al lettore una sorta di invocazione con una ben precisa funzione apotropaica in riferimento alle due figure mitologiche di Mirtilo e Glauco, con attenzione al primo perché il suo spirito lasci le terre di Olimpia, rendendo così possibile l’attuazione della manifestazione sportiva. Una invocazione che si sviluppa e si esplicita nell’intento di allontanare, in qualsiasi forma, eventi negativi e azioni degli Dei dal momento più temibile e spettacolare della corsa col carro, ossia l’aggiramento della meta. Si supplicano oltremodo i due "terrori dei cavalli" (tarassippo) in segno di augurio perché gli atleti non subiscano la stessa beffa che il fato riservò loro (l’uccisione di Mirtilo ad opera di Pelope e la morte di Glauco ad opera delle proprie cavalle, infuocate dalla rabbia di Afrodite per il mancato accoppiamento delle stesse).

INVOCAZIONE A MIRTILO E GLAUCO

Di Mirtilo, l’ombra più non calpesti
i floridi campi di un’antica città
gloriosa, che di un fiume ora separa
luci e tenebre, amori e vecchi affanni
al pari di Persefone furente e rabbiosa,

altresì collerica, quando al di sotto
di un caliginoso alveo, insieme a colui
che le bestie aggioga alla nodosa cetra,
la visibile meta condanna di Euridice.

Allorché il bel Glauco, anch’egli terrore
dei cavalli, col sottile bacio di Afrodite
adorno, laceri nitriti infuria ed alimenta
come fiamma d’odio che la carne, lenta,
sì morde tra le fucine dell’orrido Efésto.

Così tuona lo zoccolo e la roboante asta
di un olimpico atleta, mentre di Atena
osserva lo scuoter della pròmaca lancia,

poiché sull’altro piatto disgiunto di Lybra
s’insinui il vanto della misura e della forma;

ma si flette e s’attorcia l’inquieta briglia
sul lato destro d’un polveroso vallo,

finché si rovescia e s’inclina la sottile ruota
di un agile carro quadrigo, da Arcesilao
trainato altresì ammansito con tremor di polso.

Così, alla pari, funesto saetta il crine adonio
lungo la lira tetracorde di un poeta corale,
a frenar con egìoco carme ed elegia mesta
l’impeto e il fuoco di bestie dal divino ingegno,

poiché come di Enomao, il puledro è avvinto
a colui che l’animo guerriero sempre desta
tra i campi d’insigne ed infuocata battaglia.

Il cuoio morde l’abile Psaumis di Camarina
e ancora Hàgesias dal vaticinio celeste,
perché al di sopra della meta elevando
criniere e imbracature dal vello lucente,
il trionfo si consegni ad un solo vincitore.

Per molto tempo nell’aria, la polvere s’attarda
come profuso incenso tra le solide mura di Delfi
quando la Pizia sé interroga sul potere dell’onfalo
perché il fato si disveli tra le membra dei cavalli
achei, ancor più ellenici nell’amor di patria.

Chi allora potrà del nero e ardente Bucefalo
il cui nome, furioso impera in una terra lontana,
del bianco Pegaso alla fonte Ippòcrene devoto,
e ancora di Areion dal possente eroe al galoppo,
domarne il fervore oltre i fasci del tramonto?

Del resto, alla curva, improvviso il terrore
s’aggira oltre le ombre della fossa dell’Ade,
giacché degli stessi aurighi, Mirtilo e Glauco,
mai più si risvegli il ricordo di un inganno
voluto ed ancor più tessuto dall’olimpica sorte.


POESIA OLIMPICA

Brevi Note

Nell’Ippodamica, i versi e le relative figurazioni sembrano rincorrersi in fuga, come lo sono i cavalli “irrequieti ed impennati” mentre sono condotti al sacrificio. Calmati ed ancor più domati con un semplice stemperamento sintattico, la quiete dei versi si sfibra all’interno di due volumi asimmetrici, mantenendo la stessa figurazione dinamica, diffratta in due consecutivi temi mitici: il primo dei due, ha per oggetto la fluenza delle pieghe marmoree dell’architrave del Tempio di Zeus a Olimpia (in relazione alla guerra tra Centauri e Làpiti), al quale Fidia scultore diede il suo apporto; il secondo, la “veemenza” della caduta di Apollo e Artemide (alla nuda castità un cervo condanna) ad opera di Era, riproponendo contestualmente la nascita dell’isola di Delo.
I versi proseguono la loro struttura ad anelli concentrici con il tema centrale dell’architrave fino all’epilogo della poesia, eccezion fatta per la sentenza finale, che ha per oggetto il trionfo dell’auriga.

ISTMICA IPPODAMICA

Irrequieti ed impennati
i cavalli dai profili marmorei,
come arieti al sacrificio condotti,
dal panneggio febeo
spumeggian con anima viva,

finché oscilla e s’increspa
in molteplici pieghe di scultoreo mare
l’acanto fiore di quel dorico fregio
al quale Fidia artefice, vita e materia imprime;

ed ancor come onde immote di frastagliata veemenza
che della Delo sommersa i fraterni scogli infranse
ove Febo Apollo,
alla nuda castità un cervo condanna.

Essuda, adesso, da un lacero nitrito del carro quadrigo
l’estasi ed il silenzio di un centauro nemeo,
onde il moto prorompe in sovrumana quiete,
mentre ritorte e armoniose
della verginale sposa Ippodamia,
le passioni si diparton in terre avverse.

Volgesi la testa affranta alla mano Lapìta,
accasciando in quadrivi di stelle le membra cadenti;

e preso dal viso ricurvo alla testa insonne
il destino ed il fato il braccio sorregge,
ponendo alla promiscua battaglia una sola fine
che in morbida cadenza
di ogni marmo la vena dissolve.

Di quella stessa pietra
sanguina ogni singola ferita
poiché degl’ultimi superstiti riconduce Plutone
il furor di un’ombrosa sconfitta;

Afferra l’auriga vittorioso il cuor dello stadio olimpio,
ove singulto ansima il quadruplice carro
alla luce di una vittoria che la gloria sempiterna regge.


POESIA OLIMPICA

TRIONFO

Come quando germina il fuoco
nel cratere di colui che ne annienta
e ne forgia, l’estinta e duttile fiamma,
così diverge la lingua di Efesto
verso le sponde di Istmia altresì Olimpia
ad ingravidar di ogni singolo atleta e citaredo
il fluido nettare d’aureo oleastro,
mentre del carro eliconio
con le divin Muse, d’elegiaco ardor in volto,
mai più si disgreghi l’armonica ruota.


[1Dalla Pergamena S3; stesura per il terzo classificato - Sezione Scultura - Mostra-Concorso Internazionale "L’Echange", organizzata dal Salone Internazionale di Parigi, Galleria BSMD la Découverte di Parigi e il Centre Multiculturel "Nicola Vella".

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