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Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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03 - Traduzioni. Letterature

Sinjavskij - PCHENC (2/2)

venerdì 28 gennaio 2005, di Francesca Vaschetti

L’ultima parte della traduzione di Francesca Vaschetti del racconto di Sinjavskij (qui la prima, qui il profilo dell’autore).

3

Ogni giorno andava peggio. Arrivò l’inverno, il periodo dell’anno più freddo in questa parte della Terra. Non uscivo mai di casa.
Comunque non sta bene lamentarsi. Dopo le festività di novembre andai in pensione. Non prendevo molto ma potevo stare tranquillo. Ma cos’avrei fatto durante quest’ultima malattia? Per correre al lavoro non mi bastavano le forze, ma farsi fare il certificato di malattia sarebbe stato faticoso e pericoloso. Essere sottoposti a una visita medica? Sarebbe stata la mia rovina.
Ogni tanto mi faccio una domanda perversa: perché alla fin fine non legalizzare la mia posizione? Perché per trent’anni, come un criminale, ho fatto finta di essere un altro? Andrej Kazimirovič Sušinskij. Mezzo polacco e mezzo russo. Sessantunenne. Invalido. Senza partito. Scapolo. Senza parenti né figli. Mai stato all’estero. Nato a Irkutsk. Padre, impiegato medio. Madre, casalinga. Morti di colera nel 1901. Tutti e due!
E se andassi alla polizia a scusarmi e a raccontare tutto per filo e per segno?
Le cose stanno così e così.... Lo vedete da soli, no?: io sono una creatura proveniente da un altro mondo. Non dall’Africa o dall’India, neanche da Marte o dal vostro pianeta Venere , ma da un luogo ancora più lontano e inaccessibile. Voi non li avete neanche tali nomi e per quanto mi riguarda, se anche mi metteste davanti tutte le mappe astronomiche a disposizione, non sarei onestamente in grado di trovarlo. Non sarei capace di trovare il punto meraviglioso in cui sono nato.
Prima di tutto non sono una specialista di astronomia. Da solo non ce la farei. In secondo luogo, è una cartina completamente diversa, e non potrei riconoscere il mio cielo natio nei vostri libri e nelle vostre mappe. Ancora adesso esco di notte per la strada, alzo gli occhi e guardo: ancora non va bene! E non so nemmeno da che parte dirigere la mia tristezza. Forse da qui non è possibile vedere non solo la mia terra, ma neanche il mio sole. Forse si trova dall’altra parte della Galassia. Difficile saperlo.
Non pensate che io sia venuto qui con un qualche scopo segreto. Migrazione di popoli, guerra fra mondi, o questo e quell’altro. Non sono né un militare, né uno studioso, né un viaggiatore, la mia professione è il contabile, stando qui, si capisce, meglio non ricordare il passato, tanto non lo capiremmo comunque.
Non avevamo programmato di volare in simili luoghi, semplicemente viaggiavamo, per farla breve, verso una casa di cura. E lungo la strada, per caso, diciamo un meteorite, per intenderci; cademmo inermi non si sa dove, la caduta durò sette mesi e mezzo, ma non i vostri mesi, bensì i nostri, e per puro caso finimmo qui.
Ripresi i sensi, controllai: i miei compagni di viaggio erano morti. Li seppellii come si deve e cominciai ad arrangiarmi.
Ma intorno a me solo estraneità e confusione. Nel cielo splende la luna, enorme, gialla, anche se per un solo giorno. L’aria non è la stessa, e nemmeno la luce, la gravità è differente, così come la pressione non corrisponde alla nostra. Ma che dire? Quello che per la mia percezione è un qualsiasi normalissimo abete, per voi diventa un porcospino.
Dove rifugiarsi? Bisognava pur nutrirsi. Certo non come un essere umano o come un animale, ma piuttosto in maniera simile a qualcosa che c’è anche da voi, il regno vegetale; anch’io ho le mie necessità vitali. Prima di tutto ho bisogno di acqua, e, in mancanza di una migliore umidità, ci dev’essere almeno una determinata temperatura e, di tanto in tanto, nell’acqua, i sali mancanti. Sento nell’atmosfera circostante un crescente abbassamento di temperatura. Ma voi stessi sapete che gelo c’è in Siberia. Niente da fare, dovetti abbandonare i boschi. Da qualche giorno avevo familiarizzato con la gente dei cespugli. Capii subito che erano creature ragionevoli, ma in un primo momento avevo paura che mi divorassero. Mi ricoprii con qualche straccio (allora avvenne il mio primo furto, giustificato dalla situazione contingente) e uscii dai cespugli con aria affabile.
Gli Jakuzi sono un popolo ospitale, fiducioso. Da loro imparai le più elementari abitudini umane, poi mi trasferii in una zona più civilizzata. Imparai la lingua, appresi le scienze, insegnai matematica alla scuola media di Irkutsk. Per un po’ abitai in Crimea, ma presto me ne andai di lì a causa del clima: l’estate era eccessivamente calda, e l’inverno non abbastanza, e comunque avevo bisogno di un appartamento con il riscaldamento a vapore. Ma queste comodità negli anni ’20 erano rarissime e costavano molti soldi, non erano alla mia portata. Così mi stabilii a Mosca... Dove vivo tuttora...
Se raccontassi questa storia a chiunque, nella forma più semplice che ci sia, non mi crederebbe per niente al mondo. Se avessi almeno potuto piangere raccontando la mia storia...invece avevo più o meno imparato a ridere, ma non ero ancora capace di piangere. Mi avrebbero preso per un pazzo, per un sognatore e in più avrebbero potuto citarmi in giudizio: passaporto falso, falsificazione della firma e del timbro e altri atti illegali.
E se, contrariamente al buon senso, mi avessero creduto, sarebbe stato ancora peggio.
Si sarebbero riuniti studiosi da tutte le università: astronomi, agronomi, fisici, economisti, geologi, filologi, psicologi, biologi, microbiologi, chimici, biochimici, per studiarmi fino all’ultima macchia; non avrebbero tralasciato nulla. E non avrebbero fatto altro che fare domande, investigare, esaminare, dedurre.
Si sarebbero vendute milioni di copie di trattati, film e poemi su di me. Le donne avrebbero iniziato a pitturarsi le labbra con rossetti verdi e a ordinare cappelli a forma di cactus, o almeno di ficus. E tutti i gobbi, per alcuni anni, avrebbero goduto di un enorme successo con le donne.
Avrebbero chiamato con il nome della mia patria modelli di automobili, centinaia di neonati, per non parlare delle strade o dei cani. Sarei diventato famoso come Lev Tolstoj, Gulliver ed Ercole. E Galileo Galilei.
Ma nonostante il generale interesse per me, povero gobbo, nessuno avrebbe capito nulla. Come possono capirmi loro quando io stesso non sono in grado di esprimere nella loro lingua la mia essenza non umana.
Non faccio nient’altro che girarci attorno cavandomela con della metafore, ma non appena mi avvicino al punto, mi mancano le parole. Io vedo solo il solido, basso GOGRY, sento il veloce VZGLYAGU, e l’incredibilmente bello PCHENC che offuscano il mio tronco. E nella mia memoria ne rimangono sempre meno di queste parole. Il suono delle parole umane si avvicina solo approssimativamente alla loro costruzione. E se anche si radunassero dei linguisti e chiedessero il loro significato, io potrei dire solo GOGRY TUŽEROSKIP e gesticolare inutilmente.
No, sarà meglio restare in incognito. Se rivelassi completamente la mia identità, non potrei più vivere in maniera anonima e morire senza che nessuno se ne accorga.
In questo modo, una volta morto, e succederà presto, mi conserverebbero sotto spirito in un grosso barattolo di vetro e mi esporrebbero al museo zoologico. E passandomi accanto in fila, inizierebbero a tremare di paura e, per rincuorarsi, comincerebbero a ridere sguaiatamente, sporgendo le labbra schizzinose: “Ah, che mostro, che orrendo bastardo!”.
Ma io non sono un bastardo! Perché inveire contro di me solo per il fatto che sono diverso? Non potreste misurare la mia bellezza con nessuno dei vostri metri. Io sono più bello e più normale di voi. Ogni volta che mi guardo me ne convinco sempre di più.
Tra l’altro, appena mi ammalai, si ruppe il bagno. Seppi della disgrazia solo la sera tardi e capii che era stata la Kostrickaja, per farmi un dispetto. Non potevo aspettarmi aiuto dalla povera Veronica. Se l’era presa con me per il fatto che quando lei mi aveva mostrato quanto di meglio, da un punto di vista umano, aveva da offrire, io me n’ero andato a fare una passeggiata.
Ora, attraverso la parete, ogni tanto sentivo i baci ansimanti che si scambiava con un attore del teatro Stanislavskij col quale poi si sposò. Fui sinceramente felice per lei, e per il matrimonio le mandai persino una torta anonima da 16 rubli con le sue iniziali e il nomogramma, ripieno di cioccolato.
Avevo una fame incredibile, ma la Kostrickaja aveva rotto il bagno per rovinarmi e, come se non bastasse, in attesa della riparazione avevano dimenticato del sughero nel buchino da cui scorreva l’acqua, che in questo modo non passava. Così, quando tutti furono andati a dormire e sia dal piano di sopra che da quello di sotto, e persino da quello di fianco, arrivava il suono di un moderato russare, staccai dal chiodo il catino di Veronica, che era appeso nel nostro gabinetto accanto a quelli degli altri. Lo trascinai lungo il corridoio, facendo un gran rumore, come un boato, e al piano inferiore, da sotto il pavimento, qualcuno cominciò a battere. Ma portai comunque a termine il mio lavoro, feci bollire la teiera sul fuoco, presi un secchio di acqua fredda e portai tutto nella mia stanza, poi mi chiusi col catenaccio. E ficcai la chiave nel buco della serratura.
Che meraviglia sbottonarsi i vestiti, togliersi la parrucca, staccare le conchiglie auricolari dalle vere guttaperche e slacciare le cinghie che mi stringono il petto e la schiena. Il mio corpo si scoprì essere esattamente come una palma impacchettata appena uscita da un magazzino. Tutte le parti intorpidite durante il giorno rinacquero e cominciarono a risplendere.
Mi sedetti nel catino, con una mano afferrai la spugna per innaffiare tutte le parti secche, e con l’altra la teiera. Con la terza mano presi il boccale con l’acqua fredda e, aggiungendola a quella bollente, controllai con la rimanente quarta mano se era troppo calda. Che meraviglia!
La pelle assorbì bene quel prezioso liquido che scorreva su di me dal boccale smaltato e, appagata la prima fame, decisi di esaminare il mio corpo più attentamente per togliere quell’insano strato viscido che spuntava sotto il vapore e che si era solidificato in qualche modo in grumi secchi e violacei. In realtà gli occhi che si trovavano sulle braccia, sulle gambe e sulla nuca iniziavano a indebolirsi notevolmente, nascosti durante il giorno sotto abiti ruvidi e sotto la mia capigliatura posticcia. Un occhio era già cieco da quando avevo 34 anni, infiammato dallo scarpone sinistro. Era difficile fare un controllo così accurato. Ma io voltai la testa, non limitandomi a compiere un semicerchio, quei miseri centottanta gradi concessi al collo umano, e cominciai a battere le palpebre con tutti i miei occhi, scacciando stanchezza ed oscurità, e riuscii a vedere me stesso da tutte le angolazioni, da più prospettive simultaneamente. Che spettacolo meraviglioso, ora sfortunatamente concessomi solo in poche ore notturne. Basta alzare le mani e mi vedo dal soffitto, per così dire, elevandomi e penzolando sopra me stesso. E nello stesso momento, con gli altri occhi, non perdo la visuale dal basso, dal lato e dal davanti del mio corpo ramoso e frondoso.
Forse, se non vivessi in un paese straniero da trentadue anni il mio aspetto esteriore non mi avrebbe incuriosito. Ma qui io sono l’unico esempio di quella bellezza armonica che è la mia patria. Cosa mi resta da fare sulla Terra, se non ammirare me stesso?
Anche se la mia mano posteriore si torceva continuamente per simulare una gobba umana! Anche se sulla mia mano anteriore, storpiata dalle cinghie, due dita si erano già rinsecchite, e il mio vecchio corpo aveva perso la flessibilità che aveva prima. Tuttavia ero ancora bello! proporzionato! grazioso! Nonostante ciò che dicono gli invidiosi e i gelosi.
Così ragionavo, versandomi l’acqua dal boccale, in quella notte in cui la Kostrickaja meditava di uccidermi mettendo fuori uso il bagno. Ma la mattina seguente mi ammalai, forse perché avevo preso freddo nel catino, e iniziò il periodo più difficile della mia vita.
Rimasi sdraiato per una settimana e mezza sul mio misero divano e sentivo che mi stavo esaurendo. Non avevo le forze di andare a prendere l’acqua in cucina. Il mio corpo, a stento avvolto nel suo involucro pseudoumano, si intorpidiva e si addormentava. La pelle rinsecchita si screpolava. Ma io non riuscivo a sollevarmi per allentare i lacci taglienti come un filo metallico.
Così passò una settimana e mezza e nessuno entrò in camera mia. Io mi immaginai come dopo la mia morte i vicini sarebbero stati contenti di portarmi al policlinico. Sarebbe venuto il medico di quartiere a constatare il decesso, si sarebbe chinato sul divano, avrebbe tagliato con delle forbici chirurgiche i vestiti, le bende e le cinghie e sarebbe indietreggiato dal divano per lo spavento, poi avrebbe ordinato di mettere alla svelta il mio cadavere nel migliore e più grande teatro anatomico.
Eccolo, il barattolo con lo spirito, irritante come il profumo della Kostrickaja! Immergono il mio corpo mostruoso, di gran lunga il più importante sulla Terra, nella vasca avvelenata, nella tomba di vetro, nella storia, a edificazione dei posteri, per l’eternità.
Allora iniziai a gemere, all’inizio piano, poi più forte, nell’odiosa e ineluttabile lingua umana. “Mamma, mamma, mamma”, mi lamentavo imitando l’intonazione di un bambino che piange, nella speranza di risvegliare la pietà di chiunque mi senta. E invocando aiuto per ben due ore, giurai, se solo fossi sopravvissuto, di mantenere il mio segreto fino alla fine e di non consegnare nelle mani del nemico, allo strazio e all’oltraggio, l’ultimo brandello della mia patria: il mio bellissimo corpo.
Entrò Veronica. Era visibilmente dimagrita, e il suo sguardo, liberato dall’amore e dal rancore, era chiaro e indifferente.
“Acqua!”, dissi con voce rauca.
“Se siete malato”, disse Veronica, “bisogna che vi svestiate e vi proviate la febbre. Chiamerò un dottore. Vi applicheranno le coppette”.
Dottore! Coppette! Svestirsi! Non bastava che mi avesse già toccato la fronte, fresca come l’aria della stanza, e avesse tastato con le sue dita roventi il mio polso che non batteva! Ma, aggiustandomi il cuscino, Veronica scostò con disgusto la mano con la quale aveva toccato la mia parrucca. Presumibilmente il mio corpo le aveva provocato, come a tutte le altre persone, soltanto ribrezzo.
“Acqua! Per l’amor di Dio, acqua!”.
“La volete normale o bollita?”.
Finalmente uscì e tornò con una caraffa. E strofinando il bicchiere impolverato con lentezza meditabonda, che avrei scambiato per una vendetta da parte sua se non avessi saputo che lei non sapeva nulla, Veronica disse:
“La realtà è che io vi amo, Andrej Kazimirovič. L’ho capito: era amore, come spiegarvi? ...amore nato dalla pietà... pietà per uno storpio, scusate la franchezza. Ma avevo così compassione di voi... da non badare...ai vostri difetti fisici. Voi ai miei occhi eravate, Andrej Kazimirovič, il più bell’uomo sulla Terra...il più...umano. E quando voi mi avete presa in giro in maniera così crudele...suicidarmi...amavo...senza nasconderlo, una persona di valore... e di nuovo mi sono innamorata di un uomo...umanamente...umanità...come una donna di un uomo.”
Veronica riempì il bicchiere e improvvisamente lo avvicinò alle mie labbra. I miei denti artificiali palpitarono a contatto col vetro; ma non riuscii a ingurgitare quel liquido: avevo bisogno di essere inondato come un fiore o un albero da frutto, dall’alto, e non attraverso la bocca.
“Bevete, dunque, bevete!”, insisteva Veronica. “avete chiesto voi dell’acqua”.
Rifiutai il bicchiere, lo lanciai e, sentendomi morire, mi sedetti. L’acqua cadde dalla mia bocca sul divano. Alcune gocce caddero sul palmo secco della mia mano inferiore.
“Datemi la brocca e andatevene”, le ordinai con tutta la durezza di cui ero capace. “Lasciatemi in pace! Berrò da solo!”.
Dagli occhi di Veronica sgorgarono lunghe lacrime.
“Perché mi odiate?”, chiese, “Cosa vi ho fatto? Siete voi che non avete accettato il mio amore, la mia pietà...Siete solo un uomo malvagio e spietato, una persona molto cattiva, Andrej Kazimirovič”.
“Veronica! Se vi resta ancora un briciolo di pietà, andatevene, ve ne prego, vi supplico, andatevene, lasciatemi solo”.
Se ne andò, remissiva. Allora mi sbottonai la camicia, e ficcai la caraffa sul petto, a testa in giù.

4

La natura si affanna in modo confuso e inquieto. Le foglie spuntano in fretta e furia. Il canto interrotto dei passeri. I bambini corrono a scuola e all’istituto tecnico a fare gli esami. Le voci delle balie stridono isteriche nei cortili. E l’aria è afosa. Dappertutto, in misura non elevata, era dissolto il profumo della Kostrickaja. Persino i cactus sul davanzale al mattino sapevano di limone. Non devo dimenticarmi, prima di partire, di regalarli a Veronica.
Ho paura che l’ultima malattia mi abbia rovinato definitivamente. Non soltanto mi ha indebolito il corpo, ma mi ha anche distrutto l’anima. A volte mi prendono strane voglie. Una mi trascina al cinema. L’altra mi porta a far visita per giocare a dama al marito di Veronica Grigor’evna. Dicono che giochi magnificamente sia a scacchi che a dama.
Rilessi i miei appunti e rimasi insoddisfatto. In ogni frase si sente l’influenza della parte aliena. A chi serviranno queste chiacchiere scritte nel dialetto locale? Non devo dimenticarmi di bruciarle prima di partire. Non mi sono mai deciso a farli vedere a qualcuno. Ma i nostri comunque non li leggeranno mai e non sapranno mai nulla di me. Non voleranno mai a una così infernale distanza, in un luogo così desolato.
Diventa sempre più difficile ricordarmi il passato. Della mia lingua natia si sono salvate solo poche parole. Ho persino disimparato a pensare nella mia lingua, non solo a parlare e a scrivere. Mi ricordo qualcosa di meraviglioso, ma non so esattamente cosa sia.
A volte mi sembra di ricordare che al mio paese mi siano rimasti dei figli. Dei cactus rigogliosissimi. Non devo dimenticarmi di darli a Veronica. Ora devono essere già grandi. Vasja andrà a scuola. Come a scuola? Dev’essere già adulto, forte. Sarà diventato un ingegnere. E Maša si sarà sposata.
O Signore! O Signore! Sembra che io sia diventato un vero essere umano!
No! Non per questo ho sofferto trentadue anni e ho passato interi inverni sul mio misero divano a patire per la mancanza di acqua. Per cosa ero guarito, se non per un unico scopo: appena avesse fatto caldo, mi sarei rifugiato in un luogo tranquillo e sarei morto senza scandali. Solo così avrei protetto ciò che ancora rimaneva.
È tutto pronto per la partenza: ho prenotato il biglietto per Irkutsk, ho preso il bidone dell’acqua e una cospicua somma di denaro. Avevo conservato sul libretto di risparmio quasi tutta la pensione invernale. Non avevo speso un soldo per le pellicce, né per i mezzi pubblici. Per questo in tutto questo tempo non ero mai andato al cinema. E avevo smesso di pagare l’affitto già da tre mesi. In tutto 1657 rubli.
Dopodomani, quando si metteranno a dormire, io me ne andrò in silenzio, in taxi, direttamente alla stazione. E da là, via! Chi s’è visto s’è visto. Boschi, boschi verdi come il corpo di mia madre, mi accoglieranno e mi copriranno. In qualche modo farò. Affitterò per un tratto una barca. Più o meno per 350 chilometri. Lungo il fiume. L’acqua sotto i fianchi. Mi bagnerò almeno tre volte al giorno.
C’era una fossa. La ritroverò. Cadendo sulla Terra, abbiamo fatto un buco enorme. Lo circonderò di legna. Ginepro in polvere. Mi siederò nella buca, mi slegherò, toglierò la cintura e aspetterò. E nessun pensiero umano, nessuna parola nel dialetto straniero.
E, non appena inizierà il gelo, capirò che è giunto il momento, basta un solo fiammifero. Non rimarrà nulla.
Ma prima di ciò ci vorrà molto tempo. Passeranno molte notti calde e belle. Nel cielo estivo ci sono molte stelle. Quale fra loro...? Non si sa. Le guarderò tutte, insieme e una per una, con tutti i miei occhi. Una sarà la mia.
O patria! PCHENC! GOGRY TUZEROSKIP! Sto arrivando! GOGRY! GOGRY! GOGRY! TUZEROSKIP! TUZEROSKIP! BONJOUR! GUTENABEN! TUZEROSKIP! BU- BU- BU!
MJAU! MJAU!
PCHENC!

(fine.)

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