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04 - Recensioni (a grappoli)

Tre testi sulla traduzione

giovedì 16 dicembre 2004, di Lorenzo Flabbi

Segnalo, per chi si interessa di problemi relativi alla traduzione letteraria, almeno tre volumi recenti, molto diversi tra loro per tipologia, finalità e ambizioni.

Il primo è l’edizione, a cura di Paolo Viti, dell’esemplare contributo teorico dell’umanista rinascimentale Leonardo Bruni dal titolo De interpretatione recta (Leonardo Bruni, Sulla perfetta traduzione, a cura di Paolo Viti, Liguori, Napoli 2004).

Già agli inizi del Quattrocento il Bruni parlava di discorso (orationis) e ritmo, con una terminologia molto attuale e cara a quell’Henri Meschonnic che da almeno trent’anni sta elaborando un percorso originale e battagliero che tende a confutare il luogo comune della trasparenza del soggetto traducente (e il suo corollario moralizzatore che implicherebbe un’attitudine modesta rispetto al testo da parte del traduttore. Il soggetto, qualunque esso sia, è invece sempre opaco):

Il traduttore deve percepire tutti, per così dire, i pregi di uno scritto e ugualmente riprodurli nella lingua in cui traduce. E poiché due sono i generi di ornamenti - uno quello con cui si dà colore alle parole, l’altro quello con cui si dà colore al pensiero - l’uno e l’altro implicano difficoltà per il traduttore; maggiore comunque, la implicano i colori delle parole rispetto a quelli dei pensieri, per il fatto che spesso gli ornamenti di tal genere consistono in ritmi, come quando gli uguali si accordano con gli uguali o i contrari con i contrari, oppure gli opposti fra di loro: quelli che i Greci chiamano “antitesi”. Spesso infatti le parole latine hanno più o meno sillabe delle greche, e non facilmente corrisponde alle orecchie un suono uguale.

Certo, Bruni mantiene la distinzione tra parole (verba) e pensiero (sententia), indicando con quest’ultimo termine il sensus che Meschonnic vede invece come indistinguibile dalle prime. Ma l’argomentazione si sviluppa su binari analoghi che procedono nell’identica direzione: tradurre il ritmo, servatis ad unguem numeris effigenda (“conservando le cadenze alla perfezione”).
Al Bruni si dovrebbe, fra l’altro, l’introduzione dei termini traductio e traducere (in luogo dei consueti “interpretari”, “vertere”, “convertere”, “latine reddere” eccetera), poi pressoché unanimemente accolti nelle lingue neoromanze. Essi fanno la loro comparsa - con il significato attuale - in un’epistola del 5 settembre 1404 (1) indirizzata a Niccolò Niccoli, nella quale il Bruni spiegava il proprio atteggiamento davanti a un dialogo di Platone che si apprestava a tradurre, elaborando così la propria strategia:

In primo luogo, dunque, conservo tutti i pensieri in modo che non mi allontano da essi nemmeno per la più piccola parte. Poi se una parola si può rendere con una parola corrispondente senza alcuna sconvenienza e assurdità, ben volentieri fo’ così. Se invece non è possibile non sono tanto preoccupato da pensare di cadere in un crimine di lesa maestà, se, conservato il pensiero, mi allontano un po’ dalle parole. E questo me lo comanda di fare lo stesso Platone, il quale essendo di ‘elegantissima bocca’ presso i Greci, non vuole certamente sembrare incapace presso i Latini (2).

Sono poi usciti gli atti di un convegno fiorentino, raccolti con grande cura e intelligenza da Anna Dolfi: Traduzione e poesia nell’Europa del Novecento, Bulzoni, Roma 2004. Il risultato è un tomo ricchissimo (più di ottocento pagine), in cui a saggi di carattere eminentemente teorico si alternano analisi più puntuali sui testi (Bachmann, Celan, Montale, Caproni, Macrì e Luzi alcuni degli autori affrontati) e altre più panoramiche sulla vicenda della ricezione della letteratura italiana in altri paesi.
Tra gli interventi teorici da segnalare sicuramente le densissime pagine di Jean-Charles Vegliante (Traduzione e studi letterari: una proposta quasi teorica), in cui l’italianista francese (nonché traduttore della Commedia) prosegue una riflessione pluridecennale sul tema, riprendendo e affinando alcune linee tracciate nell’essenziale D’écrire la traduction (la cui prima edizione risale oramai agli anni Ottanta, per le edizioni della PSN). L’autorevolezza della proposta di Vegliante (così concentrata da risultare difficilmente riassumibile senza cadere in facili banalizzazioni), deriva anche dalla rara capacità di saper utilizzare l’esempio microtestuale in maniera non pretestuosa, in modo che gli exempla ficta sappiano davvero illuminare i complessi nuclei teoretici da cui muovono le riflessioni.
Nei saggi più panoramici risultano utilissime le mappature sulle traduzioni novecentesche della poesia italiana in Spagna (Nives Trentini), Francia (Andrea Gialloreto, Vegliante, Catia Cantini) e in lingua inglese (Daniela Caselli e Riccardo Capoferro), tedesca (Vivetta Vivarelli) e serbocroata (Željko Djurić).
Chiudono il volume alcuni testi inediti o rari (di Luciano Anceschi, Bertil Malmberg, Giuseppe Bevilacqua e altri) e ulteriori materiali tra cui alcune interviste a noti poeti-traduttori (Buffoni, Frasca, Magrelli, Raboni, Sanguineti).

Chiudo la rassegna con un saggio più generalista, utile a chi cerchi un approccio didatticamente chiaro al tema della traduzione (letteraria ma non solo): Paola Faini, Tradurre. Dalla teoria alla pratica, Carocci, Roma 2004. Diviso in due parti ben distinte, il testo rende conto innanzitutto delle problematiche affrontate nel dibattito traduttologico, coprendo con maggior cura il versante dei Translation Studies di matrice anglosassone. Nella seconda sezione si definisce il problema della traduzione da un punto di vista pratico, con una ricca messe di esempi dall’inglese. Notevole in particolare il capitolo dedicato al livello fonologico, “intendendo con questo termine gli aspetti relativi all’organizzazione e al funzionamento dei suoni nel sistema linguistico” (p.159) cui appartiene il testo da tradurre.
Il solo rischio di libri pur meritori come questo di Faini è che la divisione tra teoria e pratica non sia solo quella fisicamente verificabile nella disposizione delle parti del volume, ma che invece affondi le sue radici fino al nucleo primigenio da cui scaturisce lo sguardo critico. Per dirla altrimenti, i due piani del discorso paiono interloquire tra loro con difficoltà; e infatti i capitoli teorici di testi come questo - che intendono essere anche dei prontuari molto pratici di aiuto al traduttore (e non, quindi, a una critica della traduzione) - risultano spesso di carattere esclusivamente compilativo, con una breve storia della vicenda dei Translation Studies o della Traductologie, alcuni passaggi obbligati (Benjamin, Steiner, Terracini, tra i classici, Nergaard, Nida, Bassnet e Derrida tra i più recenti) e una presta conclusione, molto spesso di matrice ecumenica, atta a non sbilanciarsi troppo a favore degli uni o degli altri. Ora, se questo ecumenismo è totalmente giustificato nei casi di manuali per traduttori (come in parte si presenta il volume in questione) interessati ad avere indicazioni di carattere sintattico e morfologico, risulta meno apprezzabile nelle pubblicazioni che potrebbero contribuire a fare avanzare la ricerca, spostando anche solo un po’ più in là le frontiere delle teorie acquisite. E non certo perché non si debba parlare se non si sa innovare, ma semplicemente perché tra i nomi citati alcuni si escludono vicendevolmente, così diverse le implicazioni delle rispettive teorie.


Note

1 - Se la datazione della lettera è stata fissata con precisione da Paolo Viti (p.26), lo stesso Viti avanza il sospetto che non sia verificabile il fatto che Bruni sia stato effettivamente il primo a utilizzare i due termini in questione con l’accezione attuale. La proposta, in ogni caso, è stata accettata dagli specialisti sin da quando fu avanzata da Remigio Sabbadini all’inizio del Novecento (R. Sabbadini, Del tradurre i classici antichi in Italia, in “Atene e Roma”, III, coll.201-217, 1900).
2 - Leonardo BRUNI, Epistolarum libri, I, p.17, ora in BRUNI 2004, p.28 (trad. di P. VITI).

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