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06 - Die Fackel e il fiammifero

All’anarchico Gadda del vino

Un brindisi a "Sua Nasit?†", Gino Veronelli

sabato 4 dicembre 2004, di Alessio Lega

Anche da queste pagine virtuali si saluta con il calice alzato la dipartita di Gino Veronelli, amante del buon bere e della semplice e libertaria esigenza della condivisione. Nella stupida raffigurazione che vorrebbero farci degli anarchici come biechi bombaroli o grulli misantropi persi nella loro arida utopia, quant’è bella invece la figura di questo amante della giustizia conviviale, dello stare bene assieme. Magari tutti, in un mondo giusto.

A.L.


Vedi - amico lettor mio, amica mia paritaria - che ti spaventi ogni volta che affermo: "Io sono un anarchico". Anarchico è l’aggettivo utilizzato per il massimo spregio dal potere. Non v’è invece aggettivo più lodevole, sol che si voglia essere rispettosi della verità. Anarchico - è infatti colui che rifiuta ogni capo, perché vuole assumersi la responsabilità di ogni gesto sia verso sé sia verso gli altri, ben consci che la libertà altrui è l’unica possibile garanzia della propria. La libertà anche di non vivere una vita animale senza la guida e l’influsso dell’intelligenza. Il primo e più sacro dei diritti umani.
Io sono una quercia spinosa che ha dato buone ghiande. Svelo un segreto: in me hanno vissuto e vivono fascinose cocciniglie capaci di preparare tinture scarlatte. Robusto, resistente, alto, voglioso di produrre ghiande e di ospitare cocciniglie; nell’esatto momento della loro scomparsa - ghiande e cocciniglie - (calano, oh se calano) invoco d’essere tagliato. Le cocciniglie su un cadavere produrrebbero tinture cineree. Sarò invece descritto, sino al centunesimo - come la quercia di Tolstòj: "Sul margine della strada c’era una quercia. Probabilmente più vecchia delle betulle che formavano il bosco, era dieci volte più grossa e due volte più alta di ogni betulla".

Luigi “Gino” Veronelli (da qui)


Da Carta.org

Luigi Veronelli, anarchico esploratore del gusto, è morto il 29 novembre a Bergamo. Ha vissuto gran parte dei suoi 78 anni in battaglie a favore di una socialità dei sapori, dal vino a cui deve la sua fama, all’agricoltura biologica, all’ultima intuizione, le De.Co., denominazioni comunali per proteggere i prodotti locali dalla voracità delle multinazionali. Nella sua vita di ribelle ha conosciuto il carcere: la prima volta venne condannato a sei mesi di carcere per istigazione alla rivolta dei vignaioli piemontesi e la seconda a tre anni, nel 1957, per aver pubblicato "Storie, Racconti e Raccontini" del Marchese De Sade.
Infaticabile tessitore di reti sociali di resistenza gastro-ribelle, è stato più un filosofo del gusto che un semplice gastronomo, ed ha inventato un linguaggio che è oggi parte essenziale di tutta la riscoperta del cibo come trincea di resistenza e costruzione di un mondo alternativo. Per tre anni, assieme a Pablo Echaurren, ha tenuto su Carta la rubrica "Le parole della terra".
La famiglia, alla quale vanno le condoglianze di tutta la redazione di Carta, ha fatto sapere che gli amici sono invitati per un ultimo saluto il 1 dicembre, al cimitero di monumentale di Bergamo.
Ci mancherà.


"Se Brera è il Gadda dello sport, Veronelli è il Gadda della gastronomia", Mario Soldati.


Qualche scampolo da una delle sue ultime interviste, per la conferenza stampa del «Terra e libertà/Critical wine» al centro sociale Forte Predestino (e qui l’intervista completa)

«La causa della tragicità dell’essere umano è la demonizzazione del piacere»: citi spesso questa frase di Marguerite Yourcenar. Foucault sostiene invece che: «Dobbiamo creare nuovi piaceri, allora, forse, seguirà il desiderio»...

Qualsiasi cosa fatta bene ha degli aspetti piacevoli. Da mio padre ho imparato l’attenzione, l’accorgersi, la voglia di capire cosa si nasconde dietro ai gesti quotidiani, ai sapori, ai profumi e risalire ai motivi del piacere percepito. L’attenzione alla forma non come pura formalità, bon ton, galateo, ma come comprensione della convenienza e del piacere, del gusto che diventa stile e del gusto fisico, materiale. Ovviamente questi piaceri non sono frutto di un’imposizione, ma di un’educazione dolce, di stimoli e non di ordini. Ricordo spesso il giorno della mia prima comunione, quando mio padre mi versò del rosso nel bicchiere. L’accostai subito alle labbra, lui intervenne dicendo: piano, prima lo guardi, lo annusi, poi lo gusti, con attenzione e rispetto, perché lì dentro c’è la fatica dei contadini. Questo vuol dire saper sentire il racconto, la storia che ci sta dietro.
Il desiderio lo penso come maggiorazione dell’importanza del vivere, rendere e rendermi l’esperienza più consistente, mettere a frutto, rendermi più completo e da questo ricavarne piacere e viceversa. Giocando a calcio, colpire un palo, convincersi di averlo desiderato, e riprendere il pallone è un momento vincente. Da ragazzo, a Schilpario, Val di Scalve, ho scalato un roccione centinaia di volte, il piacere era intrecciato al desiderio di sentirsi parte di lui, assorbito, il contatto con la parete, la vertigine che senti nel palmo, la comunicazione con la pietra.

[...]

Qual è la differenza fra un testo filosofico e una buona bottiglia?

Il vino è un valore reale che ci dà l’irreale: era uno dei miei motti di qualche anno fa, oggi gli preferisco: il vino è il canto della terra verso il cielo. Il rapporto con il vino è un rapporto fra due soggetti. Il suo fascino è che ha una sua capacità autonoma, che non è condizionata da me, io mi metto nei suoi confronti in un rapporto dialettico, come con un ente vivente. Il vino a me dà piacere non per quello che io sento ma per quello che mi sembra esprimere il vino. Alla fine sono io invaso da lui, sono io posseduto da lui, dalle sue qualità, dai suoi racconti, mi sembra di possederlo, ma poi il risultato è una bottiglia vuota. Nel momento del contatto è stato lui più importante, io giudico bene un vino e ho piacere se è lui protagonista e non io. Per cui direi che ogni singolo vino è capace di darti qualcosa di diverso. È qualcosa di meno complesso di un testo di filosofia, ma nello stesso tempo più completo per la sua fisicità, per la sua trasformazione inversa: dal reale all’irreale, invece che dall’irreale al reale, come si vorrebbe la filosofia, sempre passando dall’esperienza soggettiva individuale.

Nel «Simposio» Platone parla proprio di questo. Io bevo il vino perché mi piace, lui mi fa larghe dichiarazioni, quando un vino è importante continua la sua possessione di noi anche dopo averlo bevuto. Questo mi piace, c’è un apporto demoniaco. Il sentirmi in possesso di un altro, questa assenza capace però di ragionamento, questa consapevolezza di essere suo e non più mio, mi affascina e per contro mi darebbe un gran turbamento nel momento in cui immaginassi che questa presa di possesso diventasse definitiva, è gradevole perché capisco che sono fuori di me ma con la certezza di riprendere possesso di me, perché voglio tornare a essere, dopo un certo limite, il protagonista. Sì, c’è un piacere illecito.

Una delle tue caratteristiche è l’attenzione al linguaggio, con uno stile che transita dal giornalistico al letterario.

È soprattutto una difesa contro le imitazioni. Ora accosto agli assaggi le mie fabulazioni, letture, poesie, citazioni e le suggestioni degli ascolti musicali. Per decenni ho fatto esami organolettici, andando addentro pignolescamente con descrizioni lunghe e dettagliate, prima di me non esistevano, per trovarli bisogna risalire al 1500, a Ortensio Lando. A distanza di quarant’anni, se vai a controllare, trovi il mio lessico, la mia fraseologia, le mie descrizioni, nei testi di parecchi esperti. Inoltre definire, nominare, è aumentare la sensibilità, per esempio è certo che con Vini da meditazione ho creato una categoria, e così altre proposte hanno creato l’argomento, l’hanno reso d’uso, l’hanno qualificato. Il nominare ha esteso la sensibilità.

Dalla teoria alla pratica. Quale la connessione?

Sovversione dolce e non violenta. Sovversione, quanta paura in questa parola. Chiusi in singolari gabbie e sospesi nell’aria ammorbante, avremmo la possibilità di salvarci? V’è da essere terrorizzati. E non vuoi cambiare sin dalle radici? Mi sembra ragionevole - da che tutto è male o è fatto male - sovvertire. Riprendiamo a vivere, senza violenza alcuna, con la sola accettazione di concetti elementari e proprio per ciò indiscutibili. L’uomo ha solo dalla terra ciascuna delle reali possibilità. Averne rispetto, chiederle di darci l’acqua e il pane, l’olio d’oliva e il vino, quant’altro è necessario per una vita serena, è l’unica via. Uno o due mesi fa, è apparsa sui giornali una notizia di qualche speranza. Chissà che non si inventi quello splash informatico che annulli d’un colpo solo i conti correnti delle banche orbo-terracquee. Meno onirico e più concreto è - invece - il progetto delle «Denominazioni Comunali».

Sei l’ideatore del progetto delle Denominazioni Comunali. Cos’è e perché è importante? E inoltre: l’applicazione di una legge può essere un argine al dilagare dell’omologazione e dell’appiattimento del gusto?

Attraverso le «Denominazioni Comunali» - la comunità locale certifica la provenienza d’ogni prodotto della sua terra - si contrasta il tentativo comunitario di annullare i giacimenti gastronomici a favore dei prodotti industriali; si consente ai comuni la facoltà di disciplinare la valorizzazione delle proprie risorse nel campo dei prodotti dell’agricoltura e dei suoi trasformati; si restituisce agli abitanti le ricchezze del territorio; ogni comune assumere, con le De.Co. (consentite dalla legge costituzionale n.3) , la responsabilità di dichiarare la reale provenienza delle materie prime e delle materie trasformate. E’ necessario irrigidire il concetto di denominazione d’origine rivendicando la condizione necessaria di «interamente ottenuto». La tracciabilità di un prodotto è importantissima. Solo le grandi industrie, la grande distribuzione e le multinazionali hanno interesse a far passare il principio dell’«ultima trasformazione sostanziale» (è, questo, il progetto orwelliano che i grandi gruppi di interesse intendono far passare), principio perverso per il quale un prodotto può avere la denominazione del territorio dove avviene il confezionamento.
La filiera produttiva - cioè la tracciabilità del prodotto - deve essere totale; tutti i consumatori (coproduttori, secondo un felice neologismo di Pino Tripodi) devono avere la possibilità di risalire al luogo d’origine - ed eventualmente ai luoghi di trasformazione - dei prodotti della terra.
Sono ottimista. Le De.Co., l’autocertificazione, il prezzo sorgente (tracciabilità del prezzo) sono progetti concreti che - grazie ai centri sociali autogestiti e al movimento per la democrazia partecipata - stanno avendo un ottimo riscontro.

Infine, quali sono i dieci titoli che salveresti da un disastro, tra vini, musiche e libri?

Facciamo cinque, cinque e cinque. Vini: Barolo di Bartolo Mascarello; Porto Quinta Virgo Fidelis di Angiola de Sistelho; Bricco dell’Uccellone di Giacomo Bologna; Picolit Rocca Bernarda di Giuseppina Perusini Antonini; Sassicaia di Mario Incisa della Rocchetta. Libri: De Rerum Natura di Lucrezio; Stato e anarchia di Bakunin; L’Adalgisa di Gadda; L’età ingrata di Henry James; Decamerone del Boccaccio. Musica (premesso che senza Mozart, Beethoven e Gustav Mahler non saprei vivere): «Sei suites inglesi» di Bach; «Sinfonia in si maggiore» di Haydn; «Sinfonia dal Nuovo Mondo» di Dvoràk; «Il Mandarino meraviglioso» di Bartòk; «Rugby» di Artur Honegger.

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Qui per informazioni sulle denominazioni comunali.

Qui il sito veronelli.com

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