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Cile. "Arte poetica" per una dittatura

Alcune idee sul politico e l’illuminazione

mercoledì 24 novembre 2004, di Juan Pablo Pizarro

Juan Pablo Pizarro ?® editore di Nigredo (revista de curiosidad y cr??tica). Poeta cileno, vive attualmente a Parigi.

Quanti cambiamenti - e di quale profondità ! - si sono prodotti durante i 17 anni di dittatura.
Mi propongo qui di interrogare la poesia di quel periodo. Se la popolazione cilena non si è opposta al regime nella sua totalità, tutto l’ambiente poetico si è invece risolutamente posto nel campo degli oppositori. Quando un poeta tira in ballo la dittatura, lo fa sempre per denunciarla. Stando così le cose, questo articolo è costruito a partire dal seguente paradosso: le raccolte di poesia più interessanti non sono esclusivamente attacchi ai militari, ma danno conto soprattutto di un vissuto interiore. Pongo quindi una questione generale che va al di là del caso cileno: come può scrivere un poeta su (e sotto) un regime oppressivo?

Come è stata denunciata la violenza ? Per affrontare questo problema devo anzitutto ritornare alle poesie del tempo delle prime repressioni, delle prime violenze che hanno fatto seguito al colpo di stato. Dall’isola australe di Dawson, nel 1974, Aristóteles España ci ha lasciato una preziosa testimonianza sulla vita quotidiana nei campi di prigionia. Ascoltiamo il poeta:

Fuera del espacio y la materia,
en una región altiva (sin matices ni colores)
llena de un humo horizontal
que atraviesa pantanos invisibles,
permanezco sentado [...]
me aplican corriente eléctrica en el cuerpo.
Soy un extraño pasajero en viaje a lo desconocido,
arden mis uñas y los poros

(« al di là dello spazio e della materia, / in un’alta regione (senza sfumature né colori) / piena di un fumo

Aristóteles España

orizzontale/ che attraversa invisibili paludi, / resto seduto [...] / mi fanno passare corrente elettrica per il corpo. / Sono un passeggero straniero in viaggio verso l’ignoto, / bruciano le mie unghie e i miei pori»).

Nella poesia di contestazione dell’epoca, paranoia e schizofrenia sono termini che ritornano frequentemente. Forse per evocare le conseguenze della tortura, come in Purgatorio (1979) di Raúl Zurita, o i rischi di una detenzione. I poeti devono confrontarsi ancor più che con la semplice scomparsa dei loro parenti o amici, con la scomparsa di un’intera parte della popolazione di cui si ignora il destino. Si sente dire che i desaparecidos siano morti, ma non c’è alcuna certezza. La dittatura non ammette i suoi crimini. Penso alle poesie di José Luis Martínez, in Nueva novela (1977), infestate dalle sparizioni. O a questi versi di David Turkeltaub:

Vinieron unos tipos en civil
y se llevaron a Esopo detenido.
La moraleja es clara: no hacen falta
más fábulas en este país.

(« Sono arrivati dei tipi in borghese / ed Esopo è stato arrestato. / La morale è chiara: non si ha più bisogno / di favole in questo paese. »)

La Morte è presente, ma non si vedono i morti.
Certo, i poeti hanno delle visioni: sentono attorno a sé la presenza di un essere amato, credono di percepirlo nel suo ambiente quotidiano. Eppure, le visioni sono ingannevoli. I morti appaiono sotto questa forma perché comunicano con i vivi come gli angeli: dai sogni. Quanto alla morte, essa è personificata. Trionfa sui vivi, alla maniera in cui veniva rappresentata durante le pesti nel Medio Evo. La si immagina sulle rive del Mapocho ad accompagnare i cadaveri gettati nel fiume dopo il colpo di stato. Da qui questi versi di Óscar Hahn, in Arte de morir (1977) :

Caudaloso de cuerpos pasa el río
[...]
Tomados de la mano van los muertos
Caminando en silencio sobre el agua

(« Di corpi traboccante, il fiume scorre / [...] / mano nella mano, i morti passano / sull’acqua camminando silenziosi »).

Oltre alle sparizioni c’è l’esilio. Il colpo di stato ha provocato la diaspora dell’ambiente intellettuale. Molti poeti hanno lasciato il paese, come Armando Uribe Arce o Efraín Barquero, rifugiati in Francia. Ecco allora la ripresa dell’immagine classica di Ulisse, paradigma stesso dell’esilio. Questo mito traccia due movimenti. Dapprima l’erranza. Ulisse, impotente di fronte alla volontà del Destino, non può che sognare Itaca, senza mai raggiungerla. Gli Immortali s’introducono nei sogni e forgiano, nelle loro esitazioni, la spada delle illusioni. Poi, appunto, l’esilio. Quest’ultimo porta a uno strappo brusco e radicale. L’esiliato si sente improvvisamente vinto dalla forza inarrestabile delle acque del tempo. Nella vita di tutti i giorni il tempo scorre e a volte lo si lascia scivolare via, affidando la propria coscienza a questa corrente. Gli esiliati cileni, da parte loro, sono senza radici. Comprendono molto rapidamente che la dittatura sarà lunga e che sarà ormai impossibile un ritorno al paese che conoscevano. I ricordi si accumulano e il tempo non torna indietro, ma fugge, fugge in avanti. Diventa quindi necessario fare avanzare questi ricordi e reinventare nella memoria il paese perduto. Nell’ora del ritorno, dieci o vent’anni dopo, si è necessariamente scavato un abisso tra il paese che si è stati costretti a immaginare e il Cile reale.

Di fronte alla repressione che potere può esercitare la poesia ? Nei fatti quasi nessuno. Durante gli anni settanta l’arte soffre. È pericoloso pubblicare, formare delle associazioni, esprimersi liberamente. Ma la censura, in realtà, importa poco. I censori sono dei pessimi lettori e spesso lasciano passare le parodie più smaccate. E se negli anni ottanta la censura allarga le sue maglie, le tirature restano comunque limitate. Perché, quindi, scrivere e pubblicare sulla repressione?
In primo luogo, perché un testo pubblicato agisce, senza che lo si possa prevedere, oltre un certo periodo. La pubblicazione, per il fatto di fissare la parola su un foglio, permette alla poesia di sopravvivere, come addormentata, in attesa di nuovi lettori. Nel tempo potrà sempre tornare a ripetere ciò che denuncia. Sapendo quante poche fonti di quell’epoca possediamo, le raccolte acquistano oggi ancora più valore. Penso a questi versi di Manuel Silva Acevedo che, in riferimento alla censura, definiscono i limiti della pubblicazione:

La velocidad de la palabra pensada
versus
la velocidad de la palabra escrita
voraz línea de fuego
hostil frontera erizada de púas

(« La velocità della parola pensata / contro / la velocità della parola scritta / linea di fuoco vorace / frontiera ostile di filo spinato »).

In secondo luogo, perché la scrittura è sempre un atto politico. Se sentiamo la ripartizione dei nostri ruoli nella società, la politica è un atto estetico. Cito Jacques Rancière. La poesia è politica - sostiene - perché in qualsiasi rappresentazione lo scrittore offre un modo di comprendere la società : propone una “scena di visibilità di un mondo ordinato”. I poeti hanno la capacità di alterare l’immagine che ci facciamo della nostra posizione all’interno della comunità. E già Platone scriveva che i poeti sono pericolosi quando seducono le masse attraverso il loro linguaggio.

Sotto la dittatura cilena i poeti si sono serviti della satira.
Efraín Barquero pubblica i suoi Bandos nel 1974 per parodiare i comunicati ufficiali.
Diego Maquieira, in Tirana (1983), riproduce la violenza del vocabolario dell’epoca. La poesia lotta al livello del discorso. Si possono leggere sotto la stessa ottica le poesie che riguardano la crisi economica del 1981. In seguito alle riforme strutturali l’aiuto sociale è quasi inesistente, mentre la crisi è una delle più dure che la storia cilena abbia conosciuto.
Ma andiamo ancora più lontano. L’atto poetico supera la situazione politica e i poeti cileni non hanno scritto solo per denunciare la dittatura. Tra l’altro le opere dominate da questa volontà sono spesso poco interessanti. Denunciano fatti precisi senza trasmettere ciò che questi fatti hanno di universale; non conferiscono agli atti alcuna trascendenza. Due domande sono qui sottese: come è possibile denunciare una sofferenza personale? Come comunicare a un altro quello che non ha vissuto?
Si dice spesso che ogni scrittura cerca sostanzialmente di comunicare. Sì, ma come? La pubblicazione è secondaria, non è che un risultato. Ci si deve dapprima appropriare della lingua, sentire come vibra e come l’intera comunità si muove in essa. Mi servo di un altro luogo comune per andare un po’ più in là. Si dice che una testimonianza poetica ha valore se è « personale », se il poeta vi svela le sue intime preoccupazioni. Riformuliamo tutto ciò: la testimonianza poetica implica un’interrogazione interiore. Per far nascere una poesia, il poeta deve scendere fino al fondo della sua coscienza e della sua anima. Il poeta raggiunge il nocciolo stesso dell’individuo e va al di là delle parole. Partendo da un punto centrale, rifonda infine il contatto con la realtà, con gli altri. Riprendo semplicemente il «conosci te stesso» di Socrate. Scavando in noi stessi arriviamo a estrarre ciò che abbiamo in comune con gli altri.
Questo viaggio interiore mi sembra la sola via per accostarsi alla morte. Il lettore mi scuserà un’altra digressione mitologica. Mi è indispensabile per dare un’immagine del rapporto della poesia con la morte. Penso che i poeti hanno compiuto lo stesso viaggio d’Orfeo, quando ha voluto ridare la vita a Euridice: tramite le poesie cercano di scendere agli Inferi per riprendersi coloro che amano. Secondo Cocteau, Orfeo segue la morte nei suoi domini attraversando la propria immagine in un specchio. Il poeta affronta il proprio riflesso quando costruisce con le sue parole questo specchio della realtà che è una poesia. Si accanisce sulle sue immagini e, di colpo, qualcosa accade: è altrove. La poesia finisce per incarnare una visione totale del reale. Il poeta ha dunque attraversato lo specchio, guarda la realtà attraverso un nuovo prisma. È un’«eccezionale meraviglia». Egli crede infine di possedere la Poesia. In questo istante suo malgrado si volta verso di lei, come Orfeo verso Euridice, e cerca di possederla con lo sguardo. Vuole osservare la poesia nella sua interezza. Ma questa rivela subito la sua complessità e comincia a sparire. Euridice è perduta. Orfeo non potrà possederla che scendendo per sempre agli Inferi.
Questo è il compito del poeta. Perché scrivere poesie? Non possono resuscitare gli «scomparsi». Non combattono contro il tiranno che a livello delle parole, e questo perché la poesia non cerca una risposta: essa è nell’interrogazione. Di fronte alla violenza della dittatura, alcuni poeti scrivono per esplorare la morte, per sapere se possono farsene carico, prenderla su di sé. Cercano il Bello nella contemplazione della violenza e degli strazi interiori.
La poesia ha creato nonostante la rovina: ha superato le sue stesse parole per creare l’al di là. Dietro la poesia della rivolta, la poesia dell’illuminazione.


Traduzione dall’originale francese di Marco FSC per SM.

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