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Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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05 - Scritture

Cronaca di una musulmana ordinaria - #2

mercoledì 10 novembre 2004, di Oumaima El Kamel

Di mio padre potrei dire che è un musulmano ortodosso. Crede in Dio, a Maometto, agli angeli, al Corano, al destino, al paradiso, all’inferno, alla venuta del Mehdi - il Messia -, al giudizio finale, ai fiumi di miele, alle urì, a Bouraq, ai sette cieli, agli Djinns, alla stregoneria e al malocchio.
Ma di mio padre potrei anche dire molte altre cose.
Mio padre è un feudale che i suoi anni francesi e i suoi studi hanno trasformato, ma senza riuscire a cambiarlo. Ha nello sguardo la durezza, l’austerità e la tenerezza di coloro che hanno sofferto in segreto. Ha nel sorriso il profumo dei campi di grano e il dolore infinito dell’infanzia. Ha nella parola l’intransigenza dei contadini, la saggezza dei poeti e la serenità dei credenti. Anche mio padre è un uomo ordinario e unico. È un padre severo che ho sempre temuto, ma che non mi ha mai fatto tremare di paura. Un padre di cui ho scoperto tardi le qualità, che mi ha spinto verso i miei sogni, spesso in maniera maldestra, sempre in maniera sincera. In grado di fare delle parole del Corano, spesso senza nemmeno accorgersene, la voce della sua quotidianità. E sono soprattutto queste le parole che mi sono rimaste, perché al di là della loro propria poesia, esse hanno acquisito quella del suo amore, l’amore di mio padre.

Anche di mia madre avrei tanto da dire. Lei, la “piccola straniera”, l’orientale, la damascena investita della sua arabità fino al midollo, fino al fondo dello sguardo, alle lacrime.
In Siria è tunisina, in Tunisia è siriana. Nel suo cuore è araba e lo è senza frontiere, senza sotterfugi, senza compromessi. I suoi stati d’animo, le gioie, le ire, le pene, sono tutti dialetti che si confondono, si interpellano e ci impregnano, a noi tre, le tre figlie, le tre sorelle eteroclite e ardentemente arabe.

Il nonno non l’abbiamo conosciuto, ma la sua memoria e la sua voce vivono attraverso le parole di mia madre e i racconti di mia nonna, donna terribile e incredibilmente coraggiosa. Di lui ho sempre avuto un’immagine indicibile che mi ha abitato costantemente nel tempo, senza tregua e senza concessioni. Un’immagine talmente luminosa da risultare invisibile. Di quest’uomo partito troppo presto mi giungono ancora le parole nella voce dei miei zii, i fratelli di mia madre, i miei fratelli.

Per anni ho accompagnato i miei genitori in prigione, una volta alla settimana. Dietro le sbarre, quelle sbarre ricostruite dalla mia memoria d’infanzia, c’era il più vecchio di questi fratelli, il maggiore dei miei zii. La mutua permutabilità tra prigione, sbarre, politica e arabità si è così attivata nella mia testa di bambina, furtivamente, indubitabilmente e per sempre. Questa fu l’entrata in scena della politica nella mia infanzia. Ancora oggi parlare di politica equivale, per me, a parlare del mio essere araba, e non della mia religione. Eppure mi è difficile separare le due cose. Tanto più difficile dal momento che religione e nazionalismo sono stemperati e fusi in ciò che sono.

[...continua...]

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