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05 - Scritture

Cronaca di una musulmana ordinaria - # 1

domenica 7 novembre 2004, di Oumaima El Kamel

[Oumaima El Kamel, è professoressa di francese nella banlieu parigina. D’origine tunisino-siriana, sta svolgendo da anni la sua attività di ricerca attorno alla poesia di Saint-John Perse.]

Non ho mai indossato il velo e probabilmente non lo porterò mai. Ho fatto il Ramadan. Cinque volte al giorno ho fatto la salat - la preghiera rituale - perché ne sentivo il bisogno e la voglia, e talvolta per far piacere a mio padre.
Sono una musulmana ordinaria.
Ho imparato i versetti del Corano perché ci credevo, perché ci credo ancora. Ma anche perché amo la mia lingua come si ama la prima parola d’amore, il primo passo verso di sé o verso l’altro. Da bambina mi è capitato di imparare a memoria alcune lunghe sure perché mio padre mi pagava per farlo, come mi pagava per leggere Victor Hugo, Baudelaire e Shakespeare. I versetti del Corano si amalgamavano alle melodie di Om Kalthoum, Faïrouz, Abdel Waheb e risuonano ancora, per me, nelle parole di Brel, Ferrat e nei versi di Claudel e Saint-John Perse.

Mia madre mi ha dato l’amore della condivisione e del dono. Mi ha trasmesso la passione per la scrittura e i libri. Mio padre fu il mio primo cavaliere. Mi ha iniziato al valzer, al rock e alla preghiera. Come tutti i genitori, anche i miei hanno i loro difetti. A volte amano male, perché amano troppo. Sognano la perfezione per la loro discendenza poiché essi non l’hanno raggiunta e i figli sono il loro stesso prolungamento, la continuazione di ciò che sono.
So che mio padre ha sempre segretamente nutrito il desiderio di vedere me e le mie sorelle portare il velo. Mai ci ha forzato a farlo.
So che mia madre non osserva la salat e che talvolta porta delle scollature da far girare la testa degli uomini; eppure è a lei che mi rivolgo quando non riesco a cogliere il senso di un versetto o un aspetto della storia della mia religione.
Contraddizioni? Nessuna. È il mio Islam. È la mia educazione. È la mia famiglia. E sono sfinita dal fatto che alcuni benpensanti, che per il resto rispetto e ammiro, si approprino della mia voce per fare di me una minoranza o una maggioranza nella quale non mi riconosco affatto.
Se mi permetto di prendere la parola qui su Sguardomobile, è in nome di ciò che sono. Non ho la pretesa di difendere l’Islam né i musulmani, perché non devo né difendere né giustificare ciò che sono, tanto meno in un luogo come questo. Rivendico invece, in tutta semplicità, il diritto alla differenza e all’autenticità. Rivendico il diritto ad assumersi le responsabilità per i propri difetti e le proprie qualità e a vivere un’identità senza restrizioni né rimorsi. Sono una donna così come sono musulmana, sono araba così come sono francofona e sono unica così come sono banale. Alcuni passaggi del Corano mi ripugnano in quanto donna e altri, sempre come donna, invece mi esaltano. Non so se sono prima donna o prima musulmana, allo stesso modo in cui non saprei dire se il mio respiro sia innanzitutto umano o femminile.

[continua...]

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