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Martin Walser - Le lamentele sui miei metodi si moltiplicano

sabato 30 ottobre 2004

Traduciamo per la prima volta un racconto di Martin Walser tratto dalla raccolta Ein Flugzeug ?ºber dem Haus und andere Geschichte del 1955.

Walser (1927), scrittore poco noto e poco pubblicato da noi, è da decenni un autore di riferimento in Germania, quasi un classico; come Günter Grass, con il quale, assieme a U. Johnson e H. M. Enzensberger, rivoluzionò il Gruppo 47 [1], rendendolo negli anni sessanta e settanta una delle più feconde e infuocate fucine di idee e letteratura dell’Europa occidentale.
La sua opera, che va dai romanzi e le commedie di analisi e critica sociale (Ehen in Philippsburg, 1957, Eiche und Angora. Eine deutsche Chronik, 1962) fino ai capolavori di polemica e memorialistica di questi ultimi anni (Ein springender Brunnen, 1998), Tod eines Kritikers [2] (2002) ), è un rigoroso atto di fede nella funzione, per così dire, ottocentesca della letteratura come mezzo privilegiato per indagare la storia e interrogare il presente, soprattutto il presente dilatato, joyciano della società del consumo (Halbzeit, 1960).

Nei racconti dà spesso voce alle vittime, agli alienati del mondo moderno in una lingua apparentemente pura, ma in realtà sottilmente distorta, come la logica paranoica dei sistemi che descrive, dandoci in questo modo le lacrime delle cose e risparmiandoci le sue, come voleva De Sanctis. È una lingua, e soprattutto un tono, in cui si legge la grande lezione di Kafka, a cui Walser ha dedicato il bellissimo e tecnicissimo (da scrittore!) libro di critica: Beschreibung einer Form, 1961. Questo comincia con una dichiarazione barthesiana che ci esime dal dilungarci oltre sulla sua biografia:
“Tanto più perfetta è un’opera d’arte tanto meno essa rimanda al suo autore”.

Buona lettura!
(mfsc)


Martin Walser

Le lamentele sui miei metodi si moltiplicano

Il coraggio, che serve per diventare rapinatori di banche, per irrompere sul pavimento lucido nella banca in pieno giorno, questo coraggio mi mancava, quando fui spinto dai miei insegnanti a scegliere un lavoro. Sarei stato volentieri anche un guardaboschi; ma pure per questo lavoro, così mi sembrava, c’era bisogno del coraggio di un rapinatore di banche. Quasi per tutti i lavori, se li si osserva più da vicino, c’è bisogno del coraggio di un uomo che irrompe in banca e tiene tutti in pugno con una pistola carica, o ancora più spesso scarica, finché non ha ciò che vuole. Allora sorride, fa due passi indietro e di colpo sparisce.
Decisi infine di diventare portiere. E fui portiere in una fabbrica di giocattoli. Posso immaginare che molti miei colleghi diventino presuntuosi per via di questo lavoro, che se ne vadano in giro la sera, finito il turno, ancora con visi glaciali, distribuendo gesti scortesi a destra e a sinistra.
Io non sono diventato così, anche se di giorno mi adopero con tutte le forze per compiere il mio servizio in maniera, per così dire, implacabile. Fin da principio mi sono sentito a casa nella portineria di vetro. Il funzionamento dei bottoni, con i quali posso aprire le porte che mi sono affidate, mi fu spiegato una volta sola e già avevo capito tutto; la lista dei collegamenti telefonici della ditta la sapevo a memoria, dopo averle appena dato una letta. Di fronte ai primi visitatori ero, lo ammetto, un po’ timido: temevo domande, a cui non sapessi rispondere, non ero ancora certo che in ogni momento la formulazione delle informazioni mi riuscisse nella maniera in cui il visitatore deve aspettarsi. Quanto è facile sbagliare per un portiere! Ecco che arrivano alla fabbrica i signori più distinti e il portiere non sa se i suoi superiori vogliono incontrare questo o quel signore. E chiunque in fabbrica crede di essere superiore del portiere. Un portiere non ha colleghi, solo superiori. E li deve accontentare tutti. Ora, si pensa che il portiere debba semplicemente alzare la cornetta, chiamare gli uffici e chiedere se il signor Taldeitali è o non è il benvenuto. Ma quelli degli uffici sono così sensibili che spesso possono essere gettati in una terribile agitazione già da una domanda per telefono; allora subissano di urla il portiere attraverso la cornetta tanto che a fatica egli mantiene la sua compostezza e non scoppia in lacrime. Questo non se lo può permettere, perché proprio davanti a lui, con la testa attaccata al vetro, tutto concentrato sul portiere, sta il visitatore, a cui deve dare immantinente una risposta. Questa risposta, da parte sua, non deve tradire nulla delle grida che il ben pagato signore dell’ufficio che ha i nervi a fior di pelle fa piovere nelle orecchie del portiere, no, il compito del portiere è di tradurre istantaneamente il grido del signore che è stato disturbato in un sorriso dispiaciuto, in un gesto cortese, che tanto consoli il visitatore da fargli dimenticare subito, mentre ancora se ne va, di non essere stato ricevuto. Un simile lavoro d’interprete è una cosa che va imparata, mi si può ben credere. Devo inoltre spesso piegare testa e ricevitore all’indietro, giù giù fin dentro al soprabito appeso dietro di me, per nascondere alle orecchie del visitatore, attutendola nella fodera, la voce irritata che proviene dall’ufficio. Esiste infatti una disposizione delle più alte sfere dell’azienda, del proprietario stesso, secondo cui nessun visitatore, chiunque egli sia, deve mai essere trattato scortesemente. Nonostante questa disposizione valga per tutti, è certo il portiere colui che deve metterla in pratica. L’ho sempre fatto con gioia, perché stimo questa disposizione più di qualsiasi altra legge dell’azienda.
Per questo mi sono abituato a usare il telefono il meno possibile. Esamino io stesso i visitatori e decido se richiedono legittimamente di poter parlare con il capo del reparto acquisti, col procuratore, col direttore dell’ufficio progettazione o persino con uno dei dirigenti o col capo del personale.
È possibile che all’inizio della mia attività abbia mandato via qualcuno un po’ troppo bruscamente. A poco a poco, però, ho sviluppato la capacità di far domande senza dare nell’occhio, nient’affatto come un investigatore o come un impiccione, di passaggio nel corso di una conversazione rilassante per entrambe le parti, ma sempre con la necessaria scrupolosità, cosicché alla fine di questa conversazione sono perfettamente informato sull’importanza della visita per la nostra azienda in modo da potere decidere in piena coscienza se lo si debba ricevere o no. Se, però, mando via un visitatore, e i più devo mandarli via, allora so convincerlo, durante la conversazione, che per lui sarebbe del tutto inutile parlare col funzionario della nostra azienda a cui avrei dovuto annunciarlo. Ho sviluppato così tante conoscenze in tutti i nostri settori che posso dire con esattezza a un rappresentante che voglia parlare col nostro direttore degli acquisti per la fornitura della latta stagnata se la sua offerta ha possibilità di successo o no. Allo stesso modo ho imparato a soddisfare i reclami di commercianti al dettaglio che vogliono parlare al capo delle vendite, e a impedire il peggio ad agricoltori che vogliono rifornire la nostra mensa, a inventori clorotici che in branco di tre o quattro vogliono assalire il direttore dell’ufficio progettazione per affibbiargli le loro inservibili invenzioni, e persino a scrittori e pittori dagli sguardi decisi, che si vogliono vendicare col capo dell’ufficio pubblicità per le tante lettere di rifiuto, anche se proprio gli inventori e gli artisti, sia detto a onore degli agricoltori e dei rappresentanti, sono i più difficili da convincere con discorsi ragionevoli.
In questo modo alla porta rappresento - non posso dire altrimenti - tutti i dirigenti dell’azienda e il sempre più rapido aumento del nostro giro d’affari non è per ultimo dovuto al fatto che io proteggo le più prominenti personalità della nostra ditta (sono proprio le più sensibili) da visitatori molesti. Purtroppo ciò non viene notato proprio da questi signori. Soprattutto non capiscono che ho bisogno di tempo per convincere davvero e senza scortesia il singolo visitatore dell’inutilità della sua visita. Le interminabili conversazioni che devo condurre attraverso la finestra della portineria con gli ostinati visitatori fanno sì che ci sia già a mezz’ora dall’apertura una fila di minuto in minuto più lunga davanti al mio sportello. Forse perché qualcuno è stato così insolente da sfruttare come diversivo la folla raccoltasi e si è intrufolato senza essere annunciato, o forse perché una volta uno dei dirigenti dovendo uscire rapidamente dalla fabbrica, ha perso un secondo a causa della fila di quelli che aspettano, in ogni caso si moltiplicano nella ditta le lamentele sui miei metodi di trattare i visitatori. Lavorerei troppo lentamente, maldestramente, poco scrupolosamente... questo mi tocca sentire! Simili rimproveri e lamentele sono così miopi, dimostrano così poca conoscenza del mio lavoro, che proprio non posso difendermi. Vorrei vedere che succederebbe se me la sbrigassi alla buona con i visitatori! Allora l’ingresso sarebbe sempre vuoto, ma in direzione i telefoni non smetterebbero più di squillare per le proteste, la reputazione della ditta ne risentirebbe, il giro d’affari diminuirebbe. La disposizione della direzione di non bistrattare nessun visitatore non è stata promulgata invano. Non posso certo correre dal direttore e pregarlo di fare zittire chi si lamenta di me. Mi direbbe semplicemente che devo riuscire a fare una cosa senza tralasciare l’altra. Come posso però convincere con gentilezza i visitatori che la ditta non può riceverli, se li devo liquidare alla svelta? Basta una frase a convincere qualcuno che ha vinto la lotteria. Ma come si faccia a portarlo a capire in due minuti che la sua invenzione, il suo slogan pubblicitario, la sua latta o la sua verdura non fanno al caso della ditta, e portarcelo in modo che se ne vada via cantando le lodi della ditta, questo una volta uno dei miei oppositori me lo dovrebbe proprio mostrare. Che devo fare?
La fila di persone davanti alla portineria si fa ogni giorno più lunga; conscio ormai del pericolo che essa rappresenta, mi rende inquieto, persino insicuro, i miei discorsi non fluiscono più come un tempo, sudo, balbetto, ho bisogno di ancora più tempo, non raggiungo più quel livello di consolazione che prima raggiungevo sempre. È già accaduto che qualcuno mi insulti, sbatta la porta e si precipiti fuori infuriato, che devo fare? Non posso più cambiare la situazione. Devo infine confessare perché descrivo tanto minuziosamente la piega che ha preso il mio lavoro: per giustificarmi, per essere compreso almeno in qualche luogo al di fuori della ditta, sono infatti convocato per domani dal capo del personale. Prima pensavo si trattasse soltanto di un ammonimento, di una specie di avvertimento. Non lo credo più. In fila davanti al mio sportello c’era ieri uno, un uomo grosso con una bocca senza labbra, che mi ha pregato di annunciarlo al capo del personale: era atteso. Gli ho chiesto, con il dito già sospeso sul disco selettore, per quale motivo voleva parlare col capo del personale: rispondeva a un annuncio per un posto da portiere, ha detto.
Ho composto correttamente il numero del settore personale al primo colpo e l’ho annunciato, ma l’indice con cui avevo girato il disco, dopo era come congelato.
L’uomo è entrato, mezz’ora dopo riusciva felice. Fischiettava persino davanti a sé. L’ho guardato pieno di ammirazione. Il suo coraggio bisognerebbe avere, pensavo. O comunque del coraggio. Per tutto il tempo mi ero un po’ vergognato di essere divenuto solo un portiere. Ora capivo che anche per questo c’è bisogno del coraggio di un rapinatore di banche. Quel coraggio che, inutilmente, continuo a cercare in me.


[1Più che un gruppo o un movimento fu questo un vero e proprio cenacolo di scrittori che nacque dalle ceneri della rivista Der Ruf animato dalle figure dei suoi fondatori: Hans Werner Richter e Alfred Andersch. Senza un programma o una poetica precisi esso fu il luogo dove, sia pubblicamente che privatamente, gli autori discutevano e confrontavano i loro testi e le loro idee. Nel senso più pieno del termine era una scuola.

[2Morte di un critico, ora edito da Sugarco.

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