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Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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Breve nota a fronte del nostro entusiasmo (ancora su Resistenza e amore)

sabato 16 ottobre 2004

Con colpevole ritardo sullo stupore prodotto dall’opera, in giorni ormai prossimi a celebrazioni ben più istituzionali, approdo anch’io a Resistenza e amore. Dopo la recente euforia di Lorenzo Flabbi, si avrebbe voglia di parlarne male. Così per principio. Ma non è certo per amicizia (oppure semplicemente perché è vero che la canzone o è gioco, esitazione, spazio sfuggente tra parola scritta e suono, o è Jovanotti) che la cosa appare, nei fatti, impossibile.
Dentro Resistenza e amore si trovano molte cose che non possono che entusiasmare i buoni e i giusti. Molte cose spesso in fecondo contrasto tra loro. Il primo ascolto coglie il frammento. Vale a dire ciò che di più superficiale, immediato e forse sviante offre il CD allo sguardo e all’orecchio.
Al di là dei quattro intermezzi chiamati appunto Frammento 1,2,3,4, il ritmo spezzato, lo sberleffo alla riconoscibilità sonora, l’invito a (l’obbligo di) non adagiarsi in un suono acquisito per farsene cullare mollemente, emergono dal montaggio della scaletta, dalla successione disarmonica dei pezzi. Se ascolto i REM mi calo in un suono subito riconoscibile ma pure in un blob musicale omogeneo e inglobante che si perde all’infinito, indietro negli anni. Se ascolto Lega e Mariposa ho a che fare con l’esatto contrario: Straniero e Altrove sono pezzi che presentano soluzioni timbriche e strumentali molto simili tra loro (non a caso sono al massimo di distanza l’uno dall’altro, in incipit ed excipit del disco). Ma per il resto le sonorità elettriche di Dall’ultima galleria (Genova) cozzano contro la semplicità ricercata di Vigliacca!; la tecnica di registrazione che rende possibile le note aeree e riverberate di Nemmeno per un attimo non è chiaramente la stessa di Un’oasi nel deserto. Lo stacco, il montaggio per scarto improvviso hanno l’effetto non secondario di esaltare la singolarità dei brani. Ciò che interessa al Lega è il presente singolare della forma-canzone, la perfetta definizione di una struttura poetica: molto di ciò contro cui conducono la loro battaglia corale e trasversale i Mariposa (battaglia accettata in partenza e almeno in un caso vinta: Chi?).
Dietro al frammento si intravede molto altro: forse il suo opposto, una simmetria neppure troppo segreta, una sorta di effetto percettivo sviante, una reversibilità delle parti. Si comincia attraversando sei brani dove l’accento cade sulla tematica esistenziale. Qui il Lega non solo evita il nichilismo fine a se stesso (come notato da Flabbi) per mezzo di una vigile ironia, ma maltratta lo stesso cliché letterario che si è cucito addosso per subito disfarsene: l’immagine del poeta esiliato dai piaceri del mondo e abbandonato alla contemplazione del proprio dolore (“Io che le mie lenzuola col dolore ho ricamato [ ...] Io che sto sempre attento a sanguinare a ogni occasione [...] Dotato e fantasioso per la propria distruzione”).
Si accede poi a un luogo di passaggio dal quale si possono osservare, equidistanti, le due parti dell’opera. Ode al moto perpetuo è un recitativo in cui si stabilisce un punto di equilibro (mantenuto su due ruote) tra gli estremi, entrambi estromessi per l’attimo necessario alla pedalata, di dolore e rivendicazione; in cui, per un momento brevissimo, si crea un’apertura verso il miracolo della semplice riuscita del gesto, della disponibilità immediata al mondo, di una sintonia con l’umanità, e al contempo verso il l’inscrizione della dinamica rivoluzionaria nella magica armonia del corpo-macchina (omaggio avanguardista?).
Poi tre pugni nello stomaco: Rachel Corrie, Vigliacca!, Dall’ultima Galleria (Genova). Quindi: l’impegno, la lotta, la repressione, i lacrimogeni, i cingolati. La resistenza guadagna la dimensione corale che le è più propria fino a quell’invocazione capace di richiamare uno dei temi più sotterranei e presenti del pensiero anarchico: il mito del risveglio della Natura oppressa (“Quando in tutto questo inferno ritroveremo i nostri sentimenti/Verremo in braccio alla natura verremo sopra i quattro elementi”).

Forse però si è trattato di un gioco di specchi. Le parti andrebbero invertite. Non abbiamo a che fare con canzoni esistenziali e poi con canzoni di lotta. Al contrario abbiamo una serie di canzoni iniziali nelle quali la condizione necessaria per una definizione del soggetto esistenziale è un’apertura al mondo, una “sete d’aria fresca e nuova”, una “voglia di partire” di scoperta dell’ altro, cioè un’attitudine propriamente politica. È questa la vena d’oro su cui si incontrano resistenza e amore, e si fondano a vicenda. E viceversa: le canzoni politiche sono quelle più esistenziali perché non si dà soggettività politica al di fuori dei nomi e dei cognomi dei singoli, dell’esistenza e del sangue delle vite concrete.
In modo analogo (e su un terreno dove manca del tutto la competenza richiesta dal caso) non capisco se dovremmo essere grati ai Mariposa per avere mitigato il proprio sperimentalismo in una lotta corpo a corpo con una musica apparentemente semplice contribuendo così a scongiurare certi residui didascalici spesso connaturati all’espressione della forma-canzone; o se viceversa, dovremmo essere loro grati per avere mitigato la purezza cristallina della forma-canzone del Lega attraverso uno sperimentalismo che, per tradizione e sensibilità, le sarebbe stato del tutto estraneo, e che pure è stato lasciato libero di agire come un’epidemia in una fortezza, di creare, nella perfezione blindata del verso, spiragli, aperture, zone di fuga. In qualche modo comunque siamo grati anche a loro.

George Steiner ci ha insegnato che la consapevolezza con cui l’uomo di cultura non può fare a meno di confrontasi tutta la vita non è l’orrore dei campi di sterminio in sé. È il fatto che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e il mattino dopo recarsi al suo lavoro ad Auschwitz come se nulla fosse. Più modestamente verrebbe da chiedersi come possa esistere un uomo che assiste a un concerto di Alessio Lega e cinque minuti dopo esulta per una esibizione dei Subsonica. Ebbene anche quest’uomo esiste. È una moltitudine, forma un pubblico. Quindi è doppiamente colpevole (di esserci e di essere numeroso). Alessio Lega affronta di frequente un pubblico legato a culture antagoniste dove i suoni, il senso della ricerca musicale e più genericamente i gusti artistici sono a mille miglia dalla sua sensibilità personale. Non basta l’abnegazione. Ci vuole incoscienza. Comunque c’è da augurare a Resistenza e amore un lungo successo. Il che non toglie che se arrivasse bisognerebbe, gioendo, stupirsene.

Alessio Lega è un autore otto-novecentesco che frequenta un genere in decadenza, che scrive canzoni in un modo che non si trova quasi più da decenni, per un pugno di nostalgici, più o meno eruditi, che si ricordano gli articoli di Luigi Manconi su Ombre Rosse a proposito dei Dischi del Sole. Ha ragione Giorgio Maimone: il Lega è anarchico, geniale, anacronistico. Resistenza e amore raggiunge la società ristretta degli specialisti, conquista oasi d’ascolto presso comunità minoritarie e imprevedibili, si rivolge a una sezione del consumo musicale che di certo non esercita una forte influenza sulla produzione di immaginario. Un’opera inattuale presenta senz’altro svantaggi per il suo autore. Cinicamente li lasciamo tutti a lui e ci adagiamo in un elitarismo da strapazzo, godendo appieno dell’assenza momentanea di equivoci mondani.
Resistenza e amore però non è semplicemente inattuale rispetto al suo orizzonte di fruizione. Lo è rispetto a se stesso. E’ straniero a sé medesimo. La citazione dagli italiani o dagli amati francesi (si tratti di letteratura o di cantautorato) è quasi sempre in rilievo. O quanto meno si colloca a vari livelli di profondità, ma mai in abisso totale nel testo. Non deve sviare il détournement iniziale da Desnos. Se Debord ha insistito su qualcosa è sul fatto che la teoria del détournement non è una teoria della citazione. La citazione si rapporta a una tradizione, il détournement riscatta il passato nel presente di una chance rivoluzionaria, non lo rispetta, lo usurpa, lo usa, lo piega a nuovi fini. Ma quando il Lega detourna Desnos sta giocando solo con se stesso e con il luogo comune (tutt’altro che falso) che vuole gli artisti avidi e mai sazi anche dei più spudorati elogi. Quando entra in gioco la Tradizione l’autore ammette i debiti, in una scala di attestazioni a diversi gradi di visibilità (allusioni, semplici virgolettati anonimi, citazioni esplicite, note esplicative ecc.). È vero, come sostiene Flabbi, che la citazione si “leghizza”, ma essa mantiene una “legalità” che fa parte del gioco della letteratura. L’uso della citazione (e del conseguente rapporto con la Tradizione) nel Lega non ha nulla di rivoluzionario, né di avanguardistico (ovviamente non ritengo questo un difetto, anche se leghianamente potrebbe essere ritenuto tale).
Nel sottotitolo al suo libro più celebre Paul Feyerabend precisava: abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza. La frase era una provocazione. L’idea di una teoria anarchica, assunta in senso letterale, è un ossimoro. Non si dà teoria senza disciplina, principi di gerarchia e di ordine. Alessio Lega come autore empirico è un anarchico rivoluzionario convinto che si possa cambiare ancora il mondo con la musica e che l’abolizione della proprietà privata potrebbe portare un drastico miglioramento tra le cose mondane . Ma l’immagine d’autore che Resistenza e amore ci restituisce è quella di un artista lontano dalle masse, ancorato alla Tradizione, dotato di un metodo di scrittura ferreo e coerente che rappresenta esattamente il netto della riconoscibilità immediata del suo stile, della sua proprietà intellettuale. Ecco come si può essere proficuamente stranieri a se stessi.
In conclusione, chi scrive può storcere il naso di fronte a certi passaggi di retorica squisitamente rivoluzionaria. Chi scrive in effetti lo fa. Come pure può sospettare che quell’idea dell’arte “assoluta e coinvolgente in ogni fibra del quotidiano” (Flabbi) e sorretta da un anelito eversivo intrinseco sia una bella favola molto di moda nei due secoli che ci siamo lasciati alle spalle, oggi inservibile, se non nelle mani degli antiquari (o viceversa, degli adolescenti). Può farlo però con una precisazione: “Stavolta sì che sarà la volta buona / In cui morire per rinascer nuovi / Per diventare ciò che non ritrovi / Per ritrovarci altrove di persona”. Ecco: chi scrive questi versi avrebbe voluto scriverli lui. Anzi: Stavolta sì che sarà la volta buona/In cui morire per rinascer nuovi/ Per diventare ciò che non ritrovi/Per ritrovarci altrove di persona. Fatto. O quasi.


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