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Franco Buffoni - Il profilo del rosa #1

martedì 21 settembre 2004, di Andrea Inglese

Il profilo del rosa è un libro di poesia che affida l’accertamento di un’identità individuale e collettiva ad un paziente lavoro di attraversamento e ricognizione della memoria. L’identità, infatti, non vale come postulato ma come compito, in accordo con la condizione moderna - e già oggi in qualche modo inattuale - che non conosce identità se non nella forma del problema e della ricerca dagli esiti non garantiti. Di questo itinerario la memoria diventa garante principale, anzi essa costituisce il sostrato stesso dal quale una fisionomia individuale dovrà emergere, attraverso un’organizzazione narrativa coerente ed efficace. Ma è proprio questa correlazione obbligata tra identità e narrazione, che ritroviamo nei generi del romanzo di formazione o dell’autobiografia, ad essere elusa da Franco Buffoni, che affida invece al genere lirico l’obiettivo di costituire un’identità mediante un inventario sistematico della memoria.
L’elemento chiave è qui la volontà di sistema che, se affiancata al funzionamento canonico della memoria lirica, non può che suggerire un ossimoro: come può, infatti, il dirompente balenare del ricordo essere posto al servizio di “una sorta di descrizione in versi di una crescita, dall’infanzia all’adolescenza all’età matura, fino alla previsione di vecchiaia dell’ultima sezione”(1)? L’esigenza di una continuità “descrittiva”, che l’autore stesso esprime nella nota ai propri testi, non costituisce un rischio, vincolando gli imprevedibili squarci della memoria lirica ad un arco narrativo precostituito? Per rispondere a questa domanda, è necessario compiere alcune considerazioni sulle ragioni generali e le immagini dominanti che animano e organizzano questa raccolta di testi.

Il profilo del rosa si presenta diviso in sei sezioni ed ogni sezione corrisponde ad una fase della vita dell’autore. Neppure un libro come La vita in versi di Giudici si proponeva di svolgere in modo programmatico gli innumerevoli frammenti di un’autobiografia che in esso si raccoglievano. Ma proprio questo sembra essere, invece, l’obiettivo di Franco Buffoni: ma al filo narrativo vero e proprio o ad un compatto disegno poematico, egli preferisce l’immagine del “viaggio” e dell’“attraversamento” sia delle vita sia dei luoghi in cui si è svolta. Il topos del viaggio, d’altra parte, è assai vasto e converrà determinarlo in accordo con l’interpretazione che ne dà Buffoni. Il viaggiatore si può infatti presentare sotto le spoglie del flâneur baudeleriano, del vagabondo o del turista. Nel Profilo del rosa, però, nessuno di questi tre atteggiamenti sembra prevalere.
Di certo manca a Buffoni quella simulata noncuranza dello sguardo che il bighellone coltiva, e che invece si riscontra in molti testi di Erba, ad esempio. Non vi è neppure quel distacco tra spettatore e spettacolo che garantisce il flâneur da ogni rischio di eccessivo coinvolgimento. Gli scenari fissati dalla memoria visiva di Buffoni sono spesso lacerati da lutti, violenze, sparizioni. Si pensi a questa poesia della seconda sezione:

Hanno l’odore di gatto i castagni
Della brughiera di Arsago
Al limite del bosco della lapide
Duecento metri dal viale
Del cimitero. E lui si perse lì
A sedici anni in pieno pomeriggio
Me era inverno e il buio scese presto,
Cominciò a girare in tondo fuori dal sentiero
Che la neve aveva mezzo cancellato,
E certo nevicava, per questo c’era andato
Prima che sparisse il muschio
Da raschiare per natale.
Orme su orme trovate dappertutto
Solo castagni e neve bianca buia.

Del viaggiatore è presente quell’esigenza di precisione spaziale, di collocazione geografica, che ossessiona una gran parte dei testi della raccolta. Moto difensivo, questo, della mente, che cerca con la precisione e l’esattezza di definire traiettorie e confini, opponendosi così all’errare del corpo, al suo scivolare inquieto ed animale per territori indeterminati. Non a caso alla percezione olfattiva, “l’odore di gatto dei castagni”, quanto mai animale, si accosta una percezione visiva già intellettualizzata: “duecento metri dal viale del cimitero”. Ma ciò che più conta, in questa poesia, è la scarsa rilevanza dei valori estetici che, invece, il flâneur solitamente persegue: nessun quadretto curioso od eccentrico, qui, bensì la scena vuota e inquietante di una sparizione, di una disgrazia “ordinaria” che si è già consumata (“solo castagni e neve bianca buia”).
L’inquietudine del bighellone e la sua vorace curiosità hanno come sacro presupposto la via di fuga lasciata alle spalle oppure quella distanza di sicurezza, che deve permettere una cautelosa selezione dei dati provenienti dalla realtà. Questo atteggiamento raramente si riscontra in Buffoni che, se intraprendere di “cancellare” il contorno dello spettatore, lo fa solo per rendere più evidenti, carnali, i dettagli che compongono lo “spettacolo”. Lo spettatore, insomma, è già sprofondato nel paesaggio, in quanto lo ha percorso con disarmata sensualità, accettando il rischio dell’aderenza con le cose e con le persone incontrate, il rischio di abrasioni e di graffi, se non addirittura di ustioni, fratture. Non si tratta, infatti, di paesaggi scelti, ma di paesaggi dati, ossia di quel lotto di pianeta a cui il destino consegna ognuno di noi. Di queste casuali scene, in cui siamo gettati fin dall’infanzia, Buffoni penetra persino le invisibili tracce dei predecessori, degli antenati, seguendo tutte le mappe del lavoro, dell’amore e del dolore umano che costituiscono il palinsesto antropologico obliato, rimosso, di ogni metro quadrato di “natura”. Anche la pietra custodisce, con inorganica tenacia, orme di organismi intelligenti e di lotte per la vita:

Sull’alpe delle incisioni rupestri
Col piede indicando le orme
Dei piedi già incisi. Età
Del bronzo finale, segno
Di presenza-proprietà.
Sul fondo un omero di orso
Alle pareti frecce
Intinte nella carne.

I luoghi naturali si rivelano così, ancora una volta, specchi della condizione umana, e di essa riflettono, anche se in forma sbiadita, l’accanita presenza. La contemplazione del paesaggio non è mai un’occasione di fuga verso una dimensione ciclica o sottratta al divenire storico, quasi che esistesse ancora una zona di cielo o di terra non intaccata dal lavoro degli uomini, ossia da quella forza del negativo che, hegelianamente, costituisce la dimensione storica dell’umanità. Non v’è traccia, dunque, di quegli appelli impossibili alle “colline”, alle “nevi” o ai “silenzi”, che scandiscono l’opera in versi di uno Zanzotto, mai pago di protrarre l’io verso un mitico spazio naturale, verso - come lui stesso scrive in nota a Fosfeni - “nevi e astrazioni, attraverso nebbie, geli, gelatine, scarsa o nulla storia”(2).
La storia non è mai “scarsa o nulla” nei paesaggi attraversati dal viaggiatore del Profilo del rosa, anzi ricompare con ironica puntualità ad ogni metro:

Sei salito dal Campo dei Fiori
Lungo il sentiero ampio tra gli abeti
E abilmente chiedi perché
La strada sia tanto incavata:
Non certamente così si chiudeva la roccia.

Ma per questa valle oggi tanto
Trapassata dai ripetitori
Base delle private
Si attendeva l’attacco imperiale...

Gli ameni sentieri del monte Campo dei Fiori, poco distante da Varese, incrociano resti di trincee della “grande guerra”. È ancora la roccia di montagna a portare in sé, come una cicatrice, l’opera dell’uomo. Ma il corridoio scavato per la snervante guerra di posizione rimane il monumento di una delle tante imprese errate, inutili, della nostra specie: “I comandi temevano a tenaglia / Che Milano fosse chiusa tra due fronti/ E difesero il Ticino qui a Varese/ Dall’attacco che non venne.

[continua...]


Franco Buffoni, Il profilo del rosa, Mondadori, Milano 2000.

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