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Alessio Lega - Resistenza e amore

giovedì 9 settembre 2004

E’ uscito, è fuori, è pronto, fatto e finito. Alessio Lega e i Mariposa rilasciano 46 minuti e 9 secondi di poesia e fuochi d’artificio. Bisognerà parlarne con calma, di questo disco che matura all’ascolto anche per chi già abbia il privilegio di conoscerne le canzoni a memoria. Tanto più che mentre mi accingevo a sistemare gli appunti per una recensione degna dell’evento, Giorgio Maimone ha scritto con estrema competenza e profondità buona parte di quello che io avevo rapsodicamente buttato giù, aggiungendoci molto e allargando il respiro. La sua recensione è quindi il primo intervento che pubblichiamo sull’album di Lega, cantapoeta navigato all’esperienza dei concerti e già noto nei più svariati ambienti di mezza Italia, ma al debutto discografico.
L’articolo è preso dal sito della Brigata Lolli, vero punto di riferimento telematico per gli amanti della canzone d’autore.
Potremo poi permetterci di parlare di R&A dando per noto quanto esposto qui. (lorenzo flabbi)

(Qui il pezzo nella sua sede originale).



Credo che una delle massima ambizione per un cantautore o per un musicista sia sentire dire che ricorda solo se stesso. Non avviene mai. Chi più chi meno ci si porta tutti dietro retaggi, ci si avvicina ad altri artisti. Alessio Lega evita, in parte, questo rischio. Soprattutto perché i suoi legami e referenti sono più antichi e internazionali. Per cui, in buona fede, si può prendere questo “Resistenza e amore” schiaffarlo sul lettore cd e rendersi conto che di dischi così in circolazione ce n’è pochi. Riflessione a doppio taglio. Perché ce n’è pochi? Lato positivo: perché pochi sanno scrivere così. Lato negativo: perché nessuno scrive più così.
Alessio Lega per me è una macchina del tempo. E credo lo possa essere per chiunque navighi tra i 40 e i 60 anni. Correva l’inverno ‘57/58 e a Torino, per iniziativa di Sergio Liberovici, Michele Straniero, Fausto Amodei e Duilio del Prete, con la collaborazione di Italo Calvino e di Franco Fortini si costituiva il gruppo dei Cantacronache. Scopo del gruppo era di rompere il fronte della canzonetta di consumo. Storia breve ma brillante la loro. Nel 1962 l’esperienza volgeva al termine.
Nel 1962 mancavano ancora 10 anni esatti perché nascesse Alessio Lega (a proposito, buon compleanno: il 26 settembre faranno 32 anni). Punti di contatto nulli direte voi? In parte. Il buon Alessio deve essere cresciuto a pane e “Dischi del Sole” (ma anche a pane e chansonnier francesi) nella sua infanzia leccese, a oltre 1000 km e 10 anni di distanza dal fenomeno Cantacronache. Fatto sta che, se la musica accettasse le paternità dirette, una lunga linea tratteggiata unirebbe Lega ad Amodei e soci.
Se consideriamo poi che il fenomeno dei Cantacronache fu (è stato ed è) uno dei momenti più brillanti nel genere della parola messa in musica, ecco già anticipato il giudizio finale su Lega Alessio cantautore: anacronistico, anarchico, assolutamente geniale.
Messa a punto un’ipotesi sulla filiazione ideale del Lega, veniamo a parlare del disco che presenta 11 brani, intervallati da 4 frammenti, ma attenzione ai frammenti. Normalmente riempitivi, ma qui non sono messi a caso. Lega ci racconta, attraverso di essi, il suo mondo, i suoi riferimenti, la sua passione, la sua estrazione. Da un canto rivoluzionario di Pietro Gori a un frammento lirico, da una vecchia canzone all’italiana a un brano di sola musica. Tutto sommato è un bel riassunto e condensato del disco.

Ma per complicare le cose il Lega, che se le va a cercare, ha scelto di non fare il disco da solo, ma di scegliere la strada, molto più accidentata delle “canzoni di Alessio Lega, suonate dai Mariposa e interpretata da lui medesimo” come dice la nota sul retro di copertina. I Mariposa (e apparirà chiaro a chiunque li conosca) sono quanto di più lontano possa esistere da una dimensione di chansonnier. Gruppo di “trovarobato musicale” si autodefiniscono. Fate conto, tra il Canterbury sound degli anni ‘70/80, la fusion, il progrock, folk e psichedelica. Fate conto: un incubo di Tom Waits, coi testi rivistati da Capossela non nei suoi momenti più sobri.
Una mayonnaise in grado di impazzire in qualsiasi momento e che, invece, non impazzisce (se non in qualche gioioso e dovuto momento). I Mariposa, che con Lega dividono la direzione artistica del progetto, si mettono al servizio delle canzoni e ne forniscono versioni di assoluto valore, che, dopo un primo ascolto in parte spiazzante, riescono a interessare quanto e più degli originali. Ode a loro e ad Alessio che ha “osato” mettere la minigonna alle sue canzoni (vedi De André e la PFM, dichiarazione dello stesso Fabrizio) prima ancora che fossero conosciute da un pubblico più ampio da quello che ha potuto ascoltarlo dal vivo in questi lunghi anni di apprendistato. Sono 7 anni ormai che il timido “impiegato kafkiano” di sera imbraccia la chitarra come un’arma che può uccidere i fascisti e batte i terreni impervi dei centri sociali, delle situazioni di lotta, delle fabbriche occupate, in quanto “caparbio militante dell’anarchia, della poesia e dell’assurda fede nella possibilità di cambiare questo mondo. Anche con la musica”.

Ci sarebbe ora da parlare delle singole canzoni: e diciamo subito che Straniero, Nemmeno per un attimo, Vigliacca, Altrove e Un’oasi nel deserto hanno un incidere e uno svolgimento dei temi (musicali e concettuali) superiore alle altre. Che Ode al moto perpetuo è una vera chicca, recitata con passione e competenza e scritta da Dio: “La rivoluzione - compagni - arriverà in bicicletta” ... “La rivoluzione sta già pedalando”. Che Rachel Corrie (la pacifista inglese uccisa lo scorso anno da un carro cingolato israeliano nella striscia di Gaza) e L’ultima galleria (su Carlo Giuliani e i fatti di Genova, ma rivisti da un’ottica personale) seguono magnificamente l’esempio epico dei giornali cantati. Che Resistenza e amore, oltre che titolo del disco, è un lungo e fascinoso brano. Considerato tutto quanto sopra ne consegue un’unica delusione che, paradosso, è una delle canzoni di Alessio che mi piacciono di più (voce e chitarra): Parigi val bene una mossa, dal testo luciferino e ammagliante che non trova una risoluzione su vinile (plastica?) degna del suo valore intrinseco. Ma ci saranno altre occasioni e altre versioni.

Lega affronta le canzoni (tutte) in un corpo a corpo sanguigno che ricorda in certi tratti il miglior Modugno (pugliese a sua volta), quello degli esordi, dotato di più muscoli e grinta e di indubbie qualità teatrali, mentre alcune soluzioni compositive richiamano invece Sergio Endrigo (accomunati dal comune bagnarsi nell’Adriatico?). Ascoltare “Oasi nel deserto” per credere. E’ difficile pensare che si tratti di un debutto, soprattutto per chi da anni è abituato a sentire il Lega all’assalto con la sua chitarra di qualsiasi platea gli si ponga davanti, ma di esordio assoluto si tratta e la miscela che ne emerge è come un caffè di quelli forti, ricchi di aroma, in grado di reggere in verticale da soli un cucchiaino. Quei caffè che, inizialmente, sembrano troppo caldi o troppo forti, ma che hanno invece bisogno solo di tempo per emergere e guadagnare l’attenzione partecipe di chi si accinge a sorbirselo. E volete perdervi un caffè di tanto sapore?


Resistenza e amore si trova nei negozi di dischi o qui.

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