Sguardomobile

Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

Home > 06 - Die Fackel e il fiammifero > Alla ludica lucidità di Enzo Baldoni

06 - Die Fackel

Alla ludica lucidità di Enzo Baldoni

venerdì 27 agosto 2004, di Redazione

E’ tornato. E’ tornato il momento di partire.
Da un po’ di tempo la solita vocina insistente tra la panza e la coratella mi ripeteva: "Baghdad! Baghdad! Baghdad!". Ho dovuto cedere.
Come sempre, quando si prepara un viaggio importante, cominciano a grandinare le coincidenze. E chissà quanto sono segni e quanto le provochiamo noi.

Ancora una volta, prima di una partenza, mi sono sdraiato sotto le stelle, nella Romagna dei miei nonni e della mia infanzia, in cima a Monte Bora, sulla terra notturna ancora calda del sole di luglio.
La terra, sotto, mi riscaldava il corpo. La brezza, sopra, lo rinfrescava.
Lucciole, profumo di fieno tagliato, il canto di milioni di grilli.
E’ qui che da piccolo studiavo spagnolo su un libro trovato in soffitta. E’ qui, davanti a un piatto di tagliatelle, che tre anni fa si è fatta sentire la solita vocina che ripeteva: "Colombia, Colombia, Colombia!
Si è parlato molto di morte in questi giorni: della morte serena di Zio Carlo, filosofo e yogi, che forse sapeva la data del suo trapasso. Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L’indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato.

Questo è il messaggio con cui Enzo Baldoni apriva il suo blog di corrispondenze da Baghdad: Bloghdad. Quattro passi tra Irak e dintorni. Il 24 luglio scorso, poco più di un mese fa. È un diario ironico, anche leggero. Come il volo di un uccello, non come una piuma. Sembra scritto dal tinello. Da una vacanza. La partita in televisione, il bagno in piscina, gli auguri di compleanno. C’è tutta la normalità della vita. Ci sono gli spari, gli accessi negati nelle città, le ambulanze, le urla degli ustionati. C’è il divertimento di chi non ha bisogno della serietà per prendere tutto lucidamente sul serio.
Si riscopre ridendo, nel riso, il rispetto che và al di là dell’ammirazione.

Al reparto grandi ustionati si ride tantissimo, si improvvisano pastasciutte di mezzanotte, ci si fanno i gavettoni, ci si lanciano scherzi e lazzi.
C’è allegria.
E’ sempre così, quando si sta vicino alla morte.
E’ la rivincita della vita.



Dodici bombe nel giro di un’ora. Difficile sottovalutarne il significato simbolico.
Fantastici americani. In un anno di arroganza, violenza, maltrattamenti
in carcere, arresti illegali e disordini sono riusciti a sprecare tutto
il capitale di credibilità che si erano costruiti con la cacciata di
Saddam. Adesso anche chi li aveva festeggiati all’arrivo non aspetta
altro che si tolgano dai coglioni.



E adesso?

"Leggetevi il blog di Pino Scaccia.
Fondamentale per capire quello che io non ho i mezzi per comunicare: l’altra faccia di Baghdad, quella del giornalismo professionale che ha
accesso veloce alle informazioni e ai satelliti, che ha esperienza, strumenti di analisi e mestiere.
Pino è un navigatore scafato, io un viaggiatore sempliciotto: ci stiamo annusando e ancora non abbiamo capito se ci piaciamo. Siamo così
diversi e opposti che o ci piaceremo molto o non ci piaceremo per niente.
Ma mi sa che ci piaceremo molto.
"

Messaggi

  • io però qualche difficoltà ce l’ho.
    A me da oggi chiamarla "resistenza" viene un po’ più duro!
    Può anche darsi che a capitarci nelle zone di guerra si "finisca" per
    esplodere di fuoco nemico o amico (e spero sia chiara l’ironia
    nera - o rosso sangue - di questa definizione!). Ma l’esecuzione di un
    ostaggio catturato senz’armi di cui sono ben note le posizioni è un
    orrore che mi allontana di molto. Non mi allontana certo nella direzione
    delle "putride forze di occupazione" che continuo a considerare le prime
    responsabili... diciamo che mi allontana verso un deserto di personale
    morte della speranza in cui aspetto qualche compagno più lucido che
    sappia tirarmi fuori.

    è un brutto giorno anche per noi

    un abbraccio

    A.

    ps
    sai che è stato il primo traduttore del cavaliere oscuro di Miller? Forse è una stronzata ma col potere delle cose che escono dall’adolescenza questa mi commuove vieppiù.

    • Non so se gli uomini dell’esercito islamico dell’iraq siano rappresentativi di molto altro oltre a se stessi. Certo, danno la dimensione di un humus d’odio, ma quello lo avevamo tutti previsto. Le ragioni della resistenza a questa guerra stanno, solide. Si intensificano persino. Che ci siano figli di puttana tra gli iracheni non meraviglia. Come sempre il raccapriccio per UNA parte non può affievolire l’indignazione per UN’ALTRA parte, se di entrambe si rifiuta il vocabolario, ma come sempre le parti sono sempre più di due. UN’ALTRA ancora è quella giocata da certa stampa italiana che non vede (non fa finta: non la vede davvero) la differenza delle scelte di un uomo come Baldoni e un altro che si mette la mimetica e va a sparare tra i boschi della brianza (hai visto su Libero?). UN’ALTRA è quella di Baldoni stesso. Ed è da quelle parti là che la vita è più bella. Esattamente dalle parti della tua resistenza e amore. E che la speme, ultima dea, fugga i sepolcri, è una cosa con la quale possiamo interrogare i nostri turbamenti, ma non possiamo lasciare che influenzi le nostre azioni.
      Scusa la retorica, ma, come si dice, il momento è grave. Il faut tenter de vivre.

    • Il faut tenter de vivre, certo. Ma che male fa. Da un paio di giorni vagolo commossa dal blog di Baldoni a quello di Scaccia alla ricerca di quelle verità che la nostra (dis)informazione allegramente distorce e ci nasconde. "E’ che dove non c’è l’attenzione dei media le cose non succedono. Se non c’è la tv la gente non muore" scrive Enzo, leggiamo noi che almeno un po’ ci sforziamo di continuare a cercare sguardi mobili che ’prendono e vanno’ - e sono omoni curiosi come Baldoni (e Moore che, con tutto il suo populismo e i suoi difetti, ha per lo meno la libertà di parlare: ma te lo immagini un Moore italiano? Un Baldoni che dice a Berlusconi: ’Presidente, sono Enzo Baldoni, quello della rondinella!’). Ma ne avranno parlato in tv di quel lavoratore marocchino caduto da un’impalcatura e scaricato dal suo datore di lavoro sul ciglio di una strada perché creduto morto, in quel di Perugia? La tv nei giorni passati l’ho accesa solo una volta. Ieri alle 13.07. Raidue. Una giornalista appostata sotto la casa di non so chi. Nausea. Spengo la tv. La riaccenderò - ma non adesso. Torno a rileggere Enzo. Che gran pagliaccio curioso. Uno che era capace di far sorridere bambini senza più né pelle né occhi con dentro qualcosa di infantile. "Fate che giunga a voi con le sue ossa stanche seguito da migliaia di quelle facce bianche fate che a voi ritorni fra i morti per oltraggio che al cielo e alla terra mostrarono il coraggio" (da una preghiera - pardon - una canzone di Fabrizio De Andrè). Ciao Lorenzo e buona vita a Paris. Alessandra

    • Hai ragione Alessandra, quando si muore sotto gli occhi del mondo si muore di più, e gli occhi del mondo sono a forma di telecamera. Manteniamoci gli occhi a forma di occhi, e facciamo muovere lo sguardo (e scritto qui mi sembra banalissimo, ma sono d’accordo con voi: è la più alta forma di resistenza). Per Baldoni, così come per il lavoratore marocchino di Perugia.

      Per Lorenzo: sì, sì, le "parti" sono sempre più di due. Ognuno risponde per la propria.

      Per Alessio: mi tocca molto quello che scrivi, ma non disperiamo mai. Nel "deserto di personale morte della speranza" potremmo essere molto più numerosi di quanto non crediamo.

      Un saluto, Marzio

Un messaggio, un commento?

Chi sei?
I tuoi messaggi

Per creare dei paragrafi indipendenti, lasciare fra loro delle righe vuote.