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José Eduardo Agualusa - I negri non sanno mangiare l’aragosta

giovedì 12 agosto 2004, di Alberto Sismondini

José Eduardo Agualusa nasce in Angola nel 1960, è giornalista e attualmente risiede in Brasile. Ha scritto numerosi romanzi o serie di racconti brevi, che interessano tutta l’area lusofona, quali Nação crioula, Um estranho em Goa, Estação das chuvas, O ano que Zumbi tomou Rio.
Questo racconto è tratto da Fronteiras perdidas, contos para viajar, Publicações Dom Quixote, Lisboa 1999.
La traduzione è di Alberto Sismondini.

Florzinha scese le scale come se l’aspettasse il trionfo della passerella. La massa di capelli, spessa, luminosa, le scendeva provocatoriamente tra le spalle. Il vestito di seta, nero e oro, pareva far parte del suo corpo snello.
L’Ambasciatore la vide avanzare con la sensazione che qualcosa di irrimediabile stesse per accadere. Aveva la bocca secca: “Questa donna”, mormorò, “fa sua la terra che calpesta”. A Café, accanto a lui, non piacque l’osservazione. Gli dispiacque ancora di più l’oscuro tumulto nella voce dell’Ambasciatore. “La terra già le appartiene”, rispose ruvidamente: “è mia figlia”.
Florzinha, ignorando il silenzio ansioso degli uomini, andò a cercare una sedia e si sedette accanto al padre. L’Ambasciatore bevve il whisky in un’unica sorsata. Tornò a servirsi mentre cercava di pensare a qualcosa da dire, ma non gli venne in mente nulla.
In quel momento la guardia bussò alla porta: c’era un negro là fuori, che parlava straniero, che chiedeva del Signor Café.
- Negro sarai tu! - corresse Café. - Quel signore è americano.
Jimmy era arrivato il giorno prima. Era la prima volta che si trovava in Africa e si sentiva emozionato. Salutò i tre uomini con una calorosa stretta di mano:
- Finalmente sono a casa.
Lo disse piano, con delle pause, perché non aveva la certezza di essere capito in inglese. Aldemiro che lo aveva conosciuto a Nuova York, spiegò la commozione del visitatore:
- Jimmy pensa di essere il discendente della regina Ginga. È da molto tempo che voleva conoscere l’Angola.
Café chiese, in portoghese, se in America tutti i neri erano discendenti di re. Aldemiro tradusse la domanda:
- Carlinhos vuol sapere se negli Stati Uniti esiste ancora molto razzismo.
Jimmy si fece serio. Era in Africa, era a casa, era tra i suoi. Poteva sfogarsi. Sì, negli Stati Uniti i Bianchi continuano ad opprimere i Neri. Avevano lottato molto, molte cose ora erano diverse, ma i Neri non erano ancora liberi. I Bianchi facevano in modo che gli altri si sentissero in una proprietà non loro. L’America per i Neri era un paese in prestito. Lì in Angola, al contrario, lui, Jimmy Waters si sentiva un uomo libero.
- Questo sembra il parlare di un politico. - tagliò corto Café - Qualcuno deve spiegargli che noi vogliamo semplicemente il suo denaro.
Aldemiro sorrise a Jimmy e tradusse:
- Carlinhos dice di essere felice di vedere che gli Afroamericani abbiano preso la decisione di investire in Angola.
Jimmy ebbe voglia di abbracciare Café. Arrivato a Luanda, ancora nell’aeroporto, aveva avuto l’impressione di conoscere già qualcuno.
- La schiavitù ha separato le persone, - disse Jimmy solennemente - noi potremmo essere addirittura cugini. Forse abbiamo un nonno in comune.
Café cominciava a perdere la pazienza:
Palle! Nella mia famiglia portiamo le scarpe da più di duecento anni. È stato mio nonno che ha mandato il nonno di ‘sto tipo a tagliare la canna da zucchero dall’altra parte del mare.
Aldemiro tradusse rapidamente, timoroso che Café, irritato decidesse di spiegare meglio la sua posizione:
- Carlinhos pensa che tu sia un tipo proprio di Luanda, potresti essere un angolano.
Sebbene non gli piacesse parlare inglese, Café capiva quasi tutto:
- ‘Sta merda, un Angolano? Ma che andasse a cagare!...
Aldemiro aprì la bocca senza sapere come spiegare (in inglese) il furore improvviso dell’ospite. Guardò Jimmy, che sorrideva loro, intrigato, e chiuse la bocca. In quel momento José Bento Nicolau apparve sulla porta, tenendo nella mano destra un enorme mazzo di rose.
- Salve, amici - salutò, mentre consegnava il mazzo a Florzinha. - Sono per dona Maricota.
Jimmy guardò l’ultimo arrivato con diffidenza. Che ci faceva un bianco in quella casa? Aldemiro indovinò il pensiero dell’amico:
- José Bento è bianco, ma è un bianco di qui, è angolano.
- Sì, sì, - confermò José Bento come se si scusasse - sono angolano.
Dona Maricota venne per informarli che la cena era servita. La seguirono tutti, eccetto Florzinha, intenta a sistemare il mazzo di rose in una caraffa. Aldemiro attese che gli altri passassero alla sala da pranzo. Si avvicinò a Florzinha e le latrò all’orecchio: “puttanella, ti morderei il collo”. Aldemiro Pacheco aveva fatto fortuna durante i dieci anni in cui aveva diretto il Segretariato di Stato alla Pesca. Alto, elegante, di bel portamento, si vanagloriava di essere stato a letto con tutte le mulatte di Luanda. Florzinha lo guardò senza abbassare gli occhi e Aldemiro comprese che quella donna non avrebbe avuto pietà di lui.
Farebbe meglio a mordere l’aragosta. Il signore è nato uomo, ma non esercita. Tutta la cittá la prende in giro.
Aldemiro pensò di schiaffeggiarla, ma si contenne. Le diede le spalle e andò ad occupare il suo posto a tavola. Café si era calmato:
- Dì al tuo amico che si prepari a mangiare la migliore aragosta del mondo.
La cena andò bene. Parlarono di affari. Aldemiro bevve più del solito. Al dolce era un po’ euforico. Si alzò e volle fare un discorso...
- Questa sera segnerà l’inizio di una grande rivoluzione...
Café lo prese per un braccio:
- Siediti - ordinò - Stasera non bevi più.
Già tutti avevano terminato di consumare il dolce quando Dona Maricota riempì un piatto con l’aragosta. Il marito trovò la cosa strana:
- Che stai facendo?
- È per la guardia - gli spiegò - quel disgraziato non ha ancora cenato.
Café si arrabbiò:
- Questa sì che è bella: i Negri non sanno mangiare l’aragosta!
Jimmy, inquieto, chiese che cosa succedeva. Aldemiro tradusse: - Carlinhos dice che i Negri non sanno mangiare l’aragosta.
Tutti risero. Tutti meno Jimmy Waters. Era ritornato in Africa, era nella terra di sua nonna, la regina Ginga, e quella non era casa sua.

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