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04 - Recensioni

È più facile per un cammello...

Il est plus facile pour un chameau... di Valeria Bruni-Tedeschi

lunedì 28 giugno 2004

Il primo film di Valeria Bruni Tedeschi come regista, è un piacevole autoritratto, un’opera consapevole sotto il profilo cinematografico, tutt’altro che improvvisata. Lontano dall’evidenziare possibili errori che spesso ritroviamo in opere prime, il film, ricordando certo Nanni Moretti, è un diario intimo, neanche troppo velato, della condizione esistenziale in cui si trova a vivere qualcuno di estremamente ricco il quale colpevolizzi, non solo religiosamente, la propria condizione. Il titolo è quanto mai eloquente al riguardo, rimandando al detto biblico per il quale "è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nei regni dei cieli".
Valeria Bruni-Tedeschi è nel film Federica, italiana "esiliata" in Francia, miliardaria di famiglia, aspirante autrice di teatro, alle prese con il proprio status che le impedisce di vivere un’esistenza normale sotto ogni punto di vista, da quello di gestire il proprio tempo senza annoiarsi, ai rapporti amorosi e con la propria famiglia, in crisi per l’avvicinarsi della morte del padre, da tempo malato.
La matrice è, come si è detto, intimamente autobiografica. Il padre dell’autrice, noto imprenditore di Torino, si trasferì in Francia con la famiglia in quanto possibile bersaglio delle Brigate Rosse quando la piccola Valeria aveva sei anni, e morì nell’ospedale parigino in cui sono state girate le scene del ricovero. Allo stesso modo ritroviamo nel film tutta la famiglia Bruni-Tedeschi: dal fratello Aurelio (Lambert Wilson) alla più famosa sorella Carla, appena mascherata cinematograficamente dal nome di Bianca e col viso della brava, e sempre più bella, Chiara Mastroianni, fino alla madre concertista, interpretata dalla stessa Marisa Bruni-Tedeschi.
Il film assume dunque le connotazioni di uno sfogo personalissimo di una donna in cerca di esorcizzare i propri sensi di colpa, i quali, peraltro, non si riducono solo a quello di essere ricchissima in mezzo a gente che non lo è. Federica è infatti circondata da personaggi che la rimproverano ognuno per cose diverse: la sorella Bianca biasima quel suo eterno mostrarsi di buon umore (così come il fatto di essere la preferita del padre morente); Pierre, il fidanzato comunista e figlio di operai (interpretato da un perfetto Jean-Hugues Anglade), le rinfaccia la sua fortuna e la conseguente mancanza di doveri lavorativi.

Di più, Pierre è anche fonte di sensi di colpa per le innocenti scappatelle che Federica riprende col proprio ex-fidanzato, Philippe interpretato da Denis Podalydes, bravissimo interprete ma ancora poco conosciuto in Italia.

Senza parlare dei sensi di colpa e dalle paure che possono derivare dalla morte annunciata di un genitore. Da buon credente, Federica cerca inutilmente conforto in un prete che la guarda più con invidia che con commiserazione. Federica, la quale incarna nel proprio nome la condizione di ricca e di religiosa, rimane cosi delusa dal sacerdote del quale peró subisce un fascino peccaminoso.

L’unica possibilità che le rimane sembra quella di fuggire da queste situazioni angoscianti inventandosi un mondo parallelo in cui si vede bambina, come in realtà si sente al cospetto del prossimo, e nel quale passato e presente si confondono dando vita a scappatoie narrative fantasiose che sono uno degli aspetti più divertenti del film. Nella sua fuga mentale Federica puo cantare El pueblo unido con i temuti brigatisti della sua infanzia, in un pranzo tra sequestrati e sequestratori di buñueliana memoria, vivere nella pubblicità passata del Cynar, in cui tutto è perfetto e gioioso, e allo stesso tempo fare annunciare da se stessa bambina la morte del proprio padre. Certo, il procedimento di rappresentarsi bambino durante la narrazione è un topos visto più volte, da il Woody Allen di Io e Annie a quello di Harry a pezzi, per non pensare ancora al Moretti di La messa è finita e Palombella rossa; ma questa volta il personaggio di Valeria/Federica bambina assume anche altre valenze.
Il film è pervaso da una schizofrenia linguistica; nell’edizione francese è girato in due lingue, con i sottotitoli durante i dialoghi in italiano (più della metà). Federica parla francese nella vita di ogni giorno, ma non con la famiglia, la quale rappresenta il legame con la sua terra d’origine. Allo stesso modo, mentre l’età adulta di Federica/Valeria è legata alla Francia, la sua infanzia è inevitabilmente legata all’Italia. La doppia lingua e la doppia età di Valeria/Federica sottolineano la sua situazione di esiliata, seppure di lusso. Così le difficoltà sono quelle di vivere in un posto nel quale ci si sente sempre stranieri, non all’altezza di ciò che ci circonda e costretti a vivere una vita senza un senso preciso. Il montaggio parattattico del film, l’insieme di sequenze giustapposte senza un ordine logico di causa ed effetto, sottolineano il vuoto di senso della vita della protagonista, la quale cerca di realizzarsi, non riuscendoci, scrivendo una pièce teatrale e frequentando un corso di danza nel quale viene considerata la migliore solo perché gli altri partecipanti sono di una goffaggine imbarazzante. Così ben vengano le fughe nel proprio mondo immaginario: salvezza di Federica e fonte di ironia per lo spettatore che sorride della sua infelicità. Ma il sorriso non è mai stridente. Anche nel finale, quando con una facile metafora non si riesce a fare passare la bara del padre nella porta del jet privato che la deve riportare in Italia (per entrare nel regno dei cieli non basta un jet, immagine già utilizzata, ma in quel caso fantasiosamente, ne Il paradiso può attendere, film codiretto da Warren Beatty negli anni settanta), lo spettatore può sorridere senza provare alcun disagio rispetto alla drammaticità del momento. Un equilibrio narrativo perfetto che è sintomo di una maturità cinematografica notevole.
La sceneggiatura è rigorosa, i dialoghi mai insignificanti e il cast e la sua direzione sono perfetti. Considerando che Valeria Bruni Tedeschi non ha mai girato un cortometraggio prima di questo film, dobbiamo pensare che le belle interpretazioni che ha regalato ad autori come Bellocchio, Calopresti, ma anche ai francesi Ferreira-Barbosa e Noemie Lvovsky, hanno avuto in cambio delle utilissime lezioni di puro cinema.


Scheda del film
(Francia ’03, 110 min.))

Regia:
Valeria Bruni Tedeschi

Sceneggiatura:
Valeria Bruni Tedeschi
Noémie Lvovsky
Agnès de Sacy

Soggetto:
Valeria Bruni Tedeschi
Noémie Lvovsky
Agnès de Sacy

Montaggio:
Anne Weil

Fotografia:
Jeanne Lapoirie

Scenografia:
Emmanuelle Duplay

Interpreti:
Valeria Bruni Tedeschi è Federica
Chiara Mastroianni è Bianca
JeanèHugues Anglade è Pierre
Denis Podalydès è Philippe
Marysa Borini è La madre
Roberto Herlitzka è Il padre
Emmanuelle Devos è La moglie di Philippe
Lambert Wilson è Aurelio


Quest’articolo ?® comparso sul numero 1 della rivista Cross.

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