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03 - Traduzioni - Societ?† e politica

L’IMPERO ANGLOFONO di Amitav Ghosh

Pu?? mai funzionare l’occupazione?

mercoledì 9 luglio 2003, di Marco Federici Solari Chianese

traduzione di Marco Federici Solari Chianese

"Come George Orwell e molti altri osservatori dell’imperialismo hanno affermato, gli imperi imprigionano i loro dominatori quanto i loro sudditi."

Traduzione inedita di un intervento dell’antropologo indiano apparso sul New Yorker del 07.04.03

Negli ultimi mesi è stato detto e scritto molto riguardo a un "nuovo impero americano". Questa formulazione, però, è errata. Se la guerra in Iraq deve essere vista come un’impresa imperialista, allora il progetto non è né nuovo, né esclusivamente americano. Ciò che il presidente Bush ama chiamare la coalizione dei Willing è, in fin dei conti, dominato dall’America, dalla Gran Bretagna e dall’Australia- tre paesi di lingua inglese la cui alleanza non è solo radicata in una cultura condivisa e in delle istituzioni comuni, ma anche in una comune storia di espansione territoriale. Vista in questa luce la coalizione è solo la fase più recente nell’evoluzione della potenza politica più potente degli ultimi due secoli: l’impero anglofono.
Sono un indiano e la mia storia è stata formata tanto dalle istituzioni di questo impero, quanto da una lunga tradizione di lotta contro di esse. Vivo ora a New York, e per me gli attacchi dell’ 11 settembre e le loro conseguenze sono carichi di inquietanti risonanze storiche. Mi hanno, ad esempio, ricordato con forza l’insurrezione indiana del 1857, un avvenimento noto agli inglesi come il Grande Ammutinamento Indiano. In quell’anno nel Kampur, un crocevia di traffici commerciali vicino al Gange, svariate centinaia di civili inglesi inermi, compresi donne e bambini, furono uccisi in un’orgia di furia sanguinaria da indiani fedeli a un potentato locale, Nana Sahib. Molti degli indiani che parteciparono alla rivolta erano ex-soldati dell’impero caduti preda di idee nichiliste. I metodi dei ribelli erano talmente estremi che gli indiani moderati erano divisi tra comprensione, rifiuto e paura. Molti indiani scelsero di prendere le distanze dall’insurrezione. Altri si spinsero fino a collaborare con gli inglesi nei due anni di violenza che seguirono la rivolta. Un simile processo è evidentemente in atto nell’odierno Medio Oriente dove il fondamentalismo islamico ha infiammato alcuni arabi, mentre ne ha allontanati altri.

L’espressione "shock e terrore", usata dalle forze armate statunitensi per descrivere il primo attacco aereo su Baghdad, ricorda nuovamente la rivolta indiana del 1857. Per rispondere all’ammutinamento, gli inglesi organizzarono una campagna di terrore e repressione contro le forze dei ribelli attraverso tutto il subcontinente indiano. Soldati indiani vennero impiccati lungo la strada da Kanpur a Allahabad; ci furono esecuzioni pubbliche; soldati britannici saccheggiarono alcune città dell’India del nord. I poteri dello stato furono utilizzati in modo da favorire gli alleati e punire le aree e le popolazioni che avevano sostenuto i ribelli. Gli effetti di questa politica furono sentiti per generazioni e sono probabilmente ancora osservabili nelle disparità che dividono, ad esempio, la regione relativamente ricca del Punjab e lo stato povero del Bihar.

La legittimità o l’illegittimità delle azioni inglesi non sono qui in questione. Né voglio sopravalutare l’analogia con le circostanze presenti; la "coalizione dei willing" non userà certo metodi ottocenteschi in Iraq. Voglio piuttosto fare una domanda che non viene posta abbastanza spesso: simili atti di forza funzionano? Molti credono che le dimostrazioni di potenza militare vengano sempre cancellate o controbilanciate da opposte forze di resistenza. Coloro che sono abituati a esercitare il potere conoscono un’altra verità. Sanno che il potere può essere utilizzato per dirigere e controllare le forze di resistenza.

Nel caso dell’insurrezione del 1857 la verità è che la risposta brutale del potere dominante portò ad alcuni cambiamenti significativi nella vita politica indiana. La schiacciante vittoria inglese convinse la maggioranza degli indiani dell’inutilità di opporsi all’impero tramite una lotta armata. Tale opinione spinse molti oppositori del colonialismo della generazione successiva verso direzioni più filo-parlamentari e costituzionaliste, e fu la premessa necessaria alla politica di resistenza non violenta del Mahatma Gandhi.

Alcuni filo-imperialisti odierni hanno indicato nella democrazia indiana una prova che la presenza coloniale può essere costruttiva e contribuire a creare una stabile società civile. Contro questo argomento basta dare uno sguardo alla lista delle città in cui si dice abbiano trovato rifugio i leader in fuga di Al Qaeda: Aden, Rawalpindi, Peshawar, Quetta, Lahore, Karachi. Gli inglesi hanno governato queste città per anni, eppure l’odio verso l’Occidente che ribbolle ora in esse è più grande di quanto non fosse perfino nel 1857.
Nel mondo degli esseri umani anche la sconfitta è una transazione. Se c’è una qualche lezione da trarre dall’esperienza imperiale del subcontinente, è che la sconfitta si può negoziare in modi molto differenti. In India fiorisce la democrazia, mentre in Pakistan essa si è largamente trasformata in autoritarismo. Perché l’Iraq segua la via dell’India, l’attuale incarnazione dell’impero anglofono dovrà riuscire a creare in pochi anni quello che le sue precedenti personificazioni non sono riuscite a creare in molti decenni.

Le possibilità di successo sono pari a zero. Le più forti controindicazioni si possono paradossalmente vedere proprio nello squilibrio delle forze militari che porterà probabilmente alla capitolazione del regime di Saddam Hussein. La potenza militare degli Stati Uniti è così schiacciante che ha fatto dimenticare ai leader americani che il progetto imperiale si fonda su due pilastri. L’armamento è solo il primo e il più ovvio; l’altro è la persuasione. Quando l’impero era in mani britanniche, chi governava prestava altrettanta attenzione a questo secondo pilastro che al primo. I loro eserciti erano spesso accompagnati da un’ attivissimo apparato persuasivo che comprendeva istituzioni educative, strumenti mediatici, case editrici e così via. Insegnanti, dottori, diplomatici e altri funzionari britannici vissero a lungo in città e villaggi indiani, mentre i soldati erano in genere confinati nelle caserme.
Molti in America ammettono oggi apertamente di ammirare gli imperi del passato, eppure sembrano aver assorbito solo le lezioni militari dell’imperialismo, a discapito di tutto il resto. Ho il sospetto che sia questa la ragione per cui molti nell’ establishment politico britannico fossero così preoccupati dagli sviluppi della guerra irakena. Sanno anche troppo bene che un’aura di legittimazione e di consenso è essenziale nelle questioni d’impero.

La legittimazione e le tattiche di persuasione non sono evidentemente priorità dell’amministrazione Bush. Ma il compito sarebbe comunque stato difficile. Nel diciannovesimo secolo l’apparato persuasivo era in parte efficace perché la forza colonizzatrice poteva esercitare uno stretto controllo sul flusso delle informazioni. In Iraq ogni sforzo di persuasione sarà controbilanciato da giornaliere dosi di dissuasione, dispensate attraverso internet e canali satellitari come Al Jazeera. L’efficacia persuasiva degli imperi del diciannovesimo secolo giaceva inoltre in larga misura nel ruolo talismanico della scienza. Oggi l’alta tecnologia è troppo diffusa per stupire. Benché le bombe intelligenti facciano paura, esse non hanno l’alone mistico che aveva un tempo la pistola Gatling.

Le connotazioni moderne del termine "impero" mostrano inoltre come sia cambiato il contesto dell’imperialismo. A molti, specialmente in America, ricorda un’immagine che ha giocato un ruolo significativo nello screditare l’Unione Sovietica: l’"impero malefico". Non è un’ansia puramente retorica; il disagio va più in profondità. Una porzione sostanziale della popolazione americana non è convinta della necessità di intraprendere una nuova versione della "missione civilizzatrice". Questo è ciò che distingue l’America dalle nazioni imperialiste del passato.

Come George Orwell e molti altri osservatori dell’imperialismo hanno affermato, gli imperi imprigionano i loro dominatori quanto i loro sudditi. Nell’America di oggi, dove la gente è sempre meno incline ad spingersi oltre confine, questo è già accaduto. Ma forse, in questi tempi accelerati, non ci vorrà molto, prima che la maggioranza degli americani cominci a desiderare una via di fuga dalla prigione del potere assoluto.

Dal New Yorker del 07-04-2003.

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