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Aldo Nove - La più grande balena morta della Lombardia

Niente resterà obliato

giovedì 10 giugno 2004, di Lorenzo Flabbi

A pagina 68 de La più grande balena morta della Lombardia (Einaudi 2004) ho trovato un incipit strabiliante.
Numerosi passaggi delle altre 176 pagine si accendono di fugaci folgorazioni, bagliori intermittenti che come segnali luminosi di un giocoso linguaggio morse aprono squarci comunicativi con quel pasticcetto confuso che per molti è la pubertà.
L’incipit di pagina 68 dice:

Non tutti hanno saputo che fino al 1981 sulla salita che dalla Folla di Malnate porta a Varese c’era una ciminiera, e i bambini passando in macchina la vedevano spuntare dietro la curva, e per tutta la strada che si arrampicava verso la città il fumo grigio usciva dall’alto di quella famosa ciminiera.

Questo è impagabile: Non tutti hanno saputo. L’ellissi abissale. Il mondo che si centra su se stessi, prendendosi enormemente sul serio, ma non perché, nel delirio dell’adulto che è rimasto impigliato nella propria adolescenza, ci si reputa latori di messaggi imprescindibili, bensì perché, in maniera molto naturale, l’alternativa non è data: il mondo è centrato su se stessi perché si è, candidamente, latori del mondo.
Abbandonata una certa gratuità nella spietatezza che appesantiva le sue prime pubblicazioni tenendone lontani tanti potenziali estimatori (io), sventata la tentazione moralizzante che di quel gusto della crudeltà è spesso una figlia illegittima, abbassata l’età del suo narratore, alzato il profilo del narratario, ecco che Nove si confronta con l’epica e ne esce vittorioso.
L’epica, questa rinnegata della poesia.
L’epica, attraverso un ragazzetto di Viggiù.
L’epica di un ragazzetto di Viggiù.
L’epica di quando si possedevano criceti e la preoccupazione (per noi bambini di Viggiù) era di "non rimanere orfani". Questa è la torsione creativa di Nove: aver fatto di un farsetto con ancora qualche crepa caricaturale una vera voce bianca.

La più grande balena morta della Lombardia sono piccoli racconti, micronarrazioni, a volte solo la tassonomia fantastica di un esercito di robottini e dei loro corredi, che aprono spiragli incantati e, miracolo!, al contempo disincantati, su fobie e allucinazioni, pieni e vuoti, amici parenti conoscenti ed estranei, nonne zie compagni di banco temi in classe e indicibili vergogne.
Tracciare le linee di una tradizione di riferimento è sempre possibile, ma non sempre utile; eppure per gli autori che stanno segnando una tappa la cui entità e durevolezza è ancora da definire, alcune coordinate possono rendere più facilmente soppesabile quanto quegli autori stanno facendo alla loro lingua. Quelle che seguono sono alcune suggestioni scaturite di volta in volta da alcuni brani di questo libro sotto la forma del pensiero "in questo specifico microtesto Aldo Nove è"; parlando di lingua sono giocoforza circoscritte all’ambito italofono:
Per la frase a effetto, infantilizzante: la versione maschile e in prosa di Vivian Lamarque, senza però quanto di stucchevole compare nella poetessa milanese; quindi più forte, più pressante, più urgente. Felice.
Per la sintassi franta e dialogante: la versione meno comica e più cauta di Paolo Nori. Più cauta e meno modulare. Meno modulare e più cauta. Più cauta e meno comica.
Per il senso di lacerata perdita: il Michele Mari dei racconti, ma in un universo linguistico tutto diverso. Accomuna entrambi la millimetrica gestione della malinconia, per quanto taciuta in Nove e tematizzata in Mari. Alcuni svarioni semplicistici di Nove (il noiosissimo culto del superpop su tutti) sono imputabili alla mitologia di stampo labranchista che un giorno finirà senza rimpianti.
Per il senso vago di tenera rêverie: Gianni Rodari.
Per certi scarti di lato: Andrea Pazienza.
Per la scappellatura rimata (un fulgido esempio a pagina 91): in egual misura Aldo Palazzeschi e Toti Scialoja.
Ignoro in quanti dei nomi proposti qua sopra Nove possa riconoscere non dico una filiazione o una fonte, quanto una semplice fratellanza, un’aria di famiglia. Concludo l’elenco (parzialissimo e rivedibilissimo), con una tautologia inossidabile:
Per gli incipit: Aldo Nove. Perché in questo è magister maximus.

Altri ellittici incipit, che da soli presuppongono un mondo e, in quella presupposizione, lo raccontano:

Prima di tutte le persone e prima di Dio, esisteva solamente il padre di Dio. ("Il Piccolo Chimico Universale", pag. 90)

Gli adulti di questi millenni di vita umana non hanno gli strumenti per capire i problemi di un bambino. ("Gli adulti di questi millenni", pag. 82: di questi millenni di vita umana è un sintagma che fa da cosmologia)

Un ragazzo di diciotto anni abitava vicino a via del Roncolino. ("Un ragazzo", pag. 72: semplicissimo.)

Donatella era una pazza che buttava i figli giù dalla finestra. Ogni mattina ricordo che si sentiva li rumore dell’impatto a terra dei ragazzi. ("Donatella", pag. 50)

Quando possedevo un criceto una sera mi sono affacciato. ("Il gatto orrendo", pag. 52: il racconto più triste della raccolta, forse il più facile da scrivere, uno dei più belli da leggere)

Una delle strade più inclinate di Viggiù si chiamava via del Roncolino e conteneva un maniaco. ("Due fatti del luglio 1976", pag. 93)

Giuseppe era un bambino con la faccia da maschera di carnevale di gomma. Per questo in una decina di bambini lo chiamavamo faccia di Giuseppe che non sei altro. ("Faccia di Giuseppe", pag. 101: il racconto più divertente, con una chiusa di ancora superiore tensione: Allora Giuseppe riprendeva a correrci dietro per picchiarci e questo era un modo per trascorrere il pomeriggio quando è il 1974 e si è un gruppo di una decina di bambini che non sanno cosa fare vicino al parcheggio più grande di un paese della provincia di Varese, l’oratorio è chiuso e c’è Giuseppe.)

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