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Vincenzo Bagnoli - 33 giri stereo LP

Pop Rock Opera, Gallo & Calzati Editori, 2004. (libro + CD: 11 euro)

venerdì 14 maggio 2004, di Lorenzo Flabbi

È da marzo in libreria una strana entità, un ufo non volante (un uo?). Porta la firma di Vincenzo e Nicola Bagnoli. Si chiama 33 giri stereo LP. L’oggetto è ricoperto da una patina sottile di plastica, involucro concreto e metafisico al contempo. Nel mondo dei fenomeni la guaina trasparente serve a rendere inseparabili per la vendita le due componenti che formano l’oggetto in questione. Nel mondo della critica, della letteratura e della musica, quella plastica ha un suo immediato corrispettivo nell’intentio auctoris: gli oggetti sono due, l’opera è unica. Intentio auctorum, quindi. Gli oggetti sono, per approssimazione, un libro di poesie e un cd musicale. L’approssimazione deriva dal fatto che uno più uno in questo caso fa tre, ossia un oggetto che è, mi si scusi il pasticcio, il progetto tenuto insieme dalla detta plastica. Come precisazione terminologica premetto che per comodità utilizzerò la parola opera solo per fare riferimento al libro e al cd come unità indistinta, il tre risultante dalla generosa addizione di cui sopra. Per indole e competenze (non si tratta quindi di un giudizio di merito) le mie riflessioni verteranno quasi esclusivamente sul libro di Vincenzo Bagnoli, ascoltando dunque il cd composto e eseguito dal fratello Nicola solo come supporto multimediale ai testi dei quali i brani musicali riprendono i titoli e, parzialmente, le parole.

Maneggiando le due componenti dell’opera si pone innanzitutto la questione se sia possibile scindere l’una dall’altra. Dopo le prime esitazioni pare però che non solo ciò sia legittimo - dal momento che il rapporto che si instaura tra la musica e i testi è di tipo dialettico, teso a un proliferare di sensi possibili sia a livello di semplice fruizione occasionale che di interpretazione più ponderata - ma che questo gesto di separazione si renda necessario per riuscire ad afferrare alcuni capi dei molti fili che si dipanano dall’opera.

Le poesie di Vincenzo Bagnoli meritano una lettura attenta alle molte suggestioni che evocano; attingendo a una messe vastissima di testi i più disomogenei, l’impressione anche immediata è quella di una scrittura polifonica e dissonante, molto zappiana. Sul piano stilistico, à la façon de l’Arcana di Varese a ritornelli e marcette si alternano momenti più fini sotto il profilo metrico, non privi di asperità e granuli di materia grezza, non raffinata. La rumorosità del libro induce a crearsi nella testa un sottofondo confuso e velocissimo di immagini, con continui cambi di ritmo: lunghi piani sequenza sui paesaggi dell’anima del poeta (come i tre tempi di An ideal for living) lasciano repentini il posto ad accelerazioni improvvise in cui si susseguono i fotogrammi delle reminescenze cultuali del poeta. È possibile ordinare i frammenti dati nel tentativo di ricostruire un puzzle che assomigli alla tradizione evocata da Bagnoli, a patto però di collocare ogni singolo tassello in un contesto che si vuole programmaticamente informe, sfuggente a una precisa definizione. Caratteristica, questa, tipica di ogni opera che si concepisca come di rottura e fondatrice. L’organizzazione del caos della contemporaneità in termini letterari, la sovrapposizione non assiologica di momenti temporali lontani tra loro, il mélange dei referenti culturali (attingendo ora a Conrad ora alle scienze astronomiche, ora a Parini ora a Lou Reed) inscrivono questo 33 giri stereo LP in un ambito caro ai modernisti anglosassoni, a partire da quell’Eliot (non a caso punto sovente menzionato in maniera anche macroscopica) che su queste basi programmatiche indagò e formalizzò quello che sarebbe poi diventato celebre sotto l’espressione di metodo mitico.
Non esente da una complessiva sensazione di disordine compositivo, questa polifonia si impone all’ascolto/lettura per la molteplicità degli spunti e per il continuo disvelarsi di intenzioni, nonché per una tutt’altro che secondaria abilità poetica, nell’accezione tradizionale. Purtroppo però proprio questa abilità rischia di rimanere schiacciata sotto il peso dei continui ammiccamenti a un senso altro, al di fuori del testo, al punto che paradossalmente risulta incongruo parlare di paratesto in questo libro pur così denso di esergo e note al margine, di titoli sottotitoli dediche autocommenti giochi grafici. Perché il paratesto è qui parte fondante delle strutture profonde dell’opera in maniera così smaccata e provocatrice da rischiare di assorbire almeno in parte la potenza dei versi stessi, mettendone cioè a repentaglio l’impatto e perfino la credibilità. Penso in particolare alle frequenti sottolineature di sintagmi o singole parole alla maniera dei link ipertestuali. Nell’ottima Guida all’ascolto di Guido Caserza che funge da prefazione all’opera, il lettore è informato della prossima collocazione sul web del testo, in cui finalmente quei link saranno effettivamente tali e - si presume - attivi. Ma finché il supporto cartaceo ci impedisce di cliccare su giorni o Parole uscite male, l’ammiccamento grafico ci costringe a non credere a ciò che viene pronunciato, a sfiduciare la parola stessa che, cascasse il mondo, è comunque il mattone della scrittura. Se giorni non è semplicemente giorni, se questo giorni mi rimanda a un altrove esplicito, chiaro e definito (il link che riporta a una e una sola pagina web: come la citazione diretta, chiusa, programmatica), allora si sente la necessità che quell’univoco sbocco sia palesato, non vago e proliferatore di molteplicità interpretative (la citazione criptata, aperta, persino inconsapevole). Si sente la necessità che il link sia attivo, si sente una mancanza. Riporto alcuni versi di 5, Caino da cui ho preso gli esempi precedenti:

5, Caino
(Il cinque di spade)
per Francesco Scalone

il calcolo di quanta imperfezione
rimane in gesti spazi e movimenti
nei computi più esatti del buon gusto
di sotto ai polpastrelli e nelle fibre
nel loro sentire acuto nei nervi
sera spossata da zuccheri orgasmi
alcol e freddo ma tour abolie
non ritornare a queste cose ancora
la storia trita di tutti gli sbagli
non servono parole più discrete
o raffinate tutte le cazzate
non fatti singolari ma vergogna
acre e strisciante in fondo a ’sti giorni
il nero brulichio dentro la pelle
silenzi rimordenti Parole uscite male
meglio sedersi con la faccia al muro
senza aver letto Chou Nan o Shan Nan
la faccia di culo e non pensare
neppure di provare a dire niente
le cose in bilico appena e scheggiate
non fare rumore nella notte degli occhi
perché alzarli ancora a guardare
sta zitto crepa senza mugugnare
non dare corda non stare a ascoltare
Il pianto della cagna nella notte

È un testo piuttosto rappresentativo dell’insieme: un primo verso - folgorante - mette in moto i meccanismi del pensiero, i quali dopo una prima esitazione impazziscono in un vortice che richiama a sé Chou Nan (probabilmente attraverso il filtro di Ezra Pound) e la tour abolie del Desdichado di Gerard de Nerval (ma ripresa anche proprio da Eliot nella frammentarietà ipercitazionistica del congedo di The Waste Land).

Bagnoli osa, in continuazione: osa il pentagramma, osa il forestierismo, osa il latinismo, osa la scienza, osa i frammenti accennando a un pattern che li tenga insieme, osa l’ipercitazionismo, l’alto e il basso in accostamenti che altrove risulterebbero anche stucchevoli, ma che qui vengono spesso giustificati dalla maniera di scrittura complessiva del testo . Bagnoli non tira mai indietro la penna, in un furore compositivo che spiazza e riesce a convincere. È chiaro dunque che tutti i difetti del testo si danno per eccesso. In ambito musicale, eccesso di arrangiamento.
Come se in una canzone l’arrangiamento - ricchissimo e funambolico - coprisse talvolta la voce del cantante. E un po’ spiace, quando la voce è bella. Ma ecco che proprio in questo senso, ascoltando il cd del fratello Nicola, il progetto si ricompone in una unitarietà inaspettata.


Scopiazzando qualche info sugli autori:
Vincenzo Bagnoli è nato a Bologna nel 1967. Lavora come redattore editoriale e collabora con l’Università di Bologna. È autore di studi sulla cultura italiana ed europea del ’900 "Contemporanea. La nuova poesia italiana verso il Duemila", Esedra 1997; "Letterati e massa", Carocci 2000; "Lo spazio del testo. Paesaggio e conoscenza nella modernità letteraria", Pendragon 2003. È stato tra i fondatori di "Versodove" e suoi versi sono apparsi su "Rendiconti", "Private", "Origini", "la Repubblica", "Tratti", "il Verri", nelle antologie "Rzzzz! Scritture sotterranee", Transeuropa 1993, e "Akusma. Forme della poesia contemporanea", Metauro, 2000.
Nicola Bagnoli è editor, autore di colonne sonore per produzioni video e di materiale audio per emittenti radiofoniche.


Qui la presentazione dell’opera.

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